venerdì 15 maggio 2009

I pregiudizi e la falsa sicurezza

a cura di Antonella Lenoci (Lab Autoriforma Adisu del De Lollis)

I quotidiani avvenimenti di ordinario razzismo che coinvolgono la nostra società dovrebbero indurci a riflettere sulle dinamiche che investono tali fenomeno e sull'indifferenza che lo accompagna, “come se la qualità di uomo annullasse quella di persona”.Tutto il mondo vive situazioni di disagio, a distanza di secoli non si è mai raggiunta una reale situazione di pari opportunità fra bianchi e neri in America, o una reale uscita dall’apartheid in Sud Africa, anzi sembra che nel mondo rinascano e si ripropongono teorie razziali. In Italia permane una situazione simile, che vede la convivenza multiculturale come un sicuro e certo pericolo, come un inquinamento di quella che è la nostra identità. Oggi assistiamo ad escamotage retoriche che professano un razzismo più "democratico" o che almeno cosi vuol dar l’impressione d'essere (non ho nulla contro gli stranieri ma…). Affermazioni che cercano una continua giustificazione a comportamenti spesso sbagliati, frutto di stereotipi e di pregiudizi verso questa gente, colpevole di avere un colore di pelle differente rispetto a quello della tradizione italiana o tragicamente colpevoli di non essere nati nel suolo del Bel Paese. Oggi sembra che grazie agli immigrati si riscoprano le tradizioni italiane, sembra che grazie a loro assistiamo al riaccendersi della fiammella del nazionalismo. Strano pensare come questo nazionalismo sia ri-nato, proprio in coloro che hanno da sempre cercato e voluto un decentramento dello Stato, coloro che hanno sempre deriso e beffeggiato una bandiera, una costituzione ed anche un inno, eppure sono loro ora che si ergono a protettori della patria, salvandoci da una sicura invasione e sono sempre loro che hanno a cuore la nostra sicurezza, compresa la sicurezza del Sud, che hanno il dovere morale di proteggere dall’invasione straniera. Stranieri che vogliono imporre le loro regole, le loro tradizioni ed i loro costumi. Ritorna il tema della lotta contro l’altro, contro l’estraneo, oggi si parla di xenofobia, di eterofobia, di etnocentrismo, e di razzismo tutti termini tesi ad indicare questa avversione contro l’altro, diverso da noi, un altro in contrapposizione ad un noi. Queste sono categorie contrapposte, che esistono in quanto tali, un noi esiste in quanto non è un altro, termini contrapposti che si sostengono a vicenda. La paura del declino della nostra cultura, delle nostre tradizioni, magari anche della nostra intelligenza, ci riporta indietro ad avvenimenti accaduti negli anni Venti. Esattamente al colossale progetto che fu Army Mental Test, effettuato durante la prima guerra mondiale, nel quale si applicarono a tappeto reattivi mentali alle reclute, di ogni provenienza geografica e di ogni classe sociale, i ricercatori ritennero di poter dimostrare che il livello medio di intelligenza del popolo degli Stati Uniti d’ America era in netto calo a causa della presenza degli immigrati e della gente di colore, i quali sempre secondo l’esperimento avevano un livello intellettivo molto più basso. Nonostante gli stessi ricercatori, confermarono successivamente quanto questo test fosse stato viziato, e quanto i dati erano inattendibili, le autorità americane lo sfruttarono come strumento sul quale basare la propria politica, in materia di immigrazione. Molte le restrizioni, scaturite dai “risultati”di questo esperimento, in materia d’immigrazione, vi furono ostacoli assai maggiori per i matrimoni misti, e in alcuni casi si arrivò anche ad una sterilizzazione di determinate persone, considerati meno intelligenti di tutti, in modo tale da cercare di limitare il contagio della razza americana, cercando di tenere lontano il più possibile, la prospettiva del crogiuolo degli Stati Uniti d’America. L’atteggiamento della popolazione, non è poi tanto distante da questi comportamenti avvenuti quasi un secolo fa, e l’immigrato viene visto con occhio ancor più sospetto, quando ci si rende conto che fa parte di una comunità. L’immigrato diviene consapevole di appartenere ad un gruppo, di una stessa unità sociale, ciò implica la presa d’atto di occupare un posto ben preciso in un determinato gruppo. I vari membri di un gruppo, si sentono tali quando condividono una qualche forma d’identità comune, che li porta a distinguersi da altri gruppi. Teorizzatore di ciò è Tajfel, secondo il quale l’identità sociale è quella parte della concezione del Sé, che scaturisce dalla consapevolezza di condividere con gli altri membri l’appartenenza ad un gruppo sociale specifico. Per Mead, padre fondatore della psicologia sociale, anche il Sé nasce da un’interazione sociale, vista come un continuo processo di scambi e negoziazioni di significati, dell’agire reciproco tra attori sociali. Mead scrive che “il comportamento di un individuo può essere compreso solo nei termini del comportamento dell’intero gruppo sociale di cui egli fa parte, dal momento che i suoi atti individuali sono connessi ad atti più vasti, di carattere sociale, che lo oltrepassano e che implicano gli altri membri del gruppo”. Questo gruppo e la sua consistenza costituiscono nel nostro immaginario, un pericolo, il che ci induce ad assumere comportamenti basati su costruzioni sociali, situate in un determinato periodo storico ed in una precisa comunità. Questi atteggiamenti cambiano anche a seconda del periodo, e a seconda di chi ha commesso più crimini in un determinato lasso di tempo, o per lo meno di quello che viene trasmesso a noi, attraverso il processo di selezione delle notizie, che segue criteri ben lontani dall’etica. Il sensazionalismo dei fatti di cronaca che hanno per protagonisti negativi, persone appartenenti a determinate nazionalità è una variabile determinante nella costruzione di atteggiamenti e di stereotipi. Gli stereotipi sono generalizzazioni cognitive, in base alle quali vengono attribuite caratteristiche identiche a tutti i membri del gruppo, senza tener conto delle loro molteplici ed infinite differenze interne. È una visione semplificata e largamente condivisa su un luogo, un oggetto, un avvenimento o un gruppo riconoscibile di persone accomunate da certe caratteristiche o qualità. La fobia per una cultura diversa dalla propria, e l’intrinseca propria superiorità, ci impediscono di comprendere come la crescita della civiltà non sarebbe stata possibile se l’ uomo non avesse apprezzato e assimilato pratiche diverse dalla propria. Se da un lato lo straniero è visto con diffidenza, dall’altro affascina l’immaginario. Da sempre lo straniero è oggetto di studio, Simmel prende come oggetto della sua speculazione lo “straniero”, ossia colui che arriva in un luogo estraneo e ci vuole restare ed assimila i tratti tipici della società di accoglienza, ma lo condiziona il non fare parte della nuova società fin dall’inizio. È questa la motivazione che Simmel appone al rimane “sospeso a metà”, dello straniero, fra il vicino ed il lontano, in bilico fra l’appartenere ed il non appartenere. Allo stereotipo si aggiunge il pregiudizio, che non è solo un giudizio dato a priori, ma è un condizionamento che offusca il vedere realmente. Gli immigrati che vivono nel nostro paese, fanno i conti tutti i giorni con stereotipi, con pregiudizi e con il potere distruttivo che i media possono avere sulla loro percezione da parte degli autoctoni. I media che molto spesso non fanno altro che contribuire a costruire quell’immagine negativa e deviante che già l’animo umano produce in chi ha paura di essere derubato della propria identità, ancora una volta la paura. Ma la costruzione della paura, vedi la campagna elettorale o il pachetto sicurezza o i militari armati nelle nostre città, può innebbiare le menti anche di noi giovani? Con l'approvazione del pacchetto sicurezza, abbiamo perso la nostra dignità... non identità, il che è peggio.

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