Case dello studente, la Commissione europea: l'Italia discrimina gli universitari stranieri
La Commissione europea ha avviato un'azione legale contro l'Italia, richiamandola a impedire che sul suo territorio gli studenti universitari di altri Paesi Ue siano discriminati nell'assegnazione degli alloggi universitari a vantaggio di quelli italiani o che in Italia vivono da più tempo.
Tutto è nato da un ricorso alla Commissione Ue contro il provvedimento con cui la provincia di Sondrio ha indetto un concorso per l'assegnazione di appartamenti ad affitto agevolato a studenti universitari "basato su due condizioni discriminatorie: essere cittadino italiano e aver risieduto nel territorio nel quinquennio precedente".
Oggi la Commissione, come spiega una nota, invierà una lettera di costituzione in mora alle autorità italiane che hanno due mesi per rispondere, come prevede il primo passo della procedura di infrazione. Il Commissario responsabile per l'Occupazione e gli Affari sociali Vladimir Spidla spiega che "la libera circolazione delle persone è un principio fondamentale dell'Ue ed assicura che i cittadini non siano discriminati sulla base della nazionalità.
Un finanziamento degli studi concesso agli studenti sotto forma di agevolazione abitativa è un vantaggio sociale che deve essere garantito senza discriminazione nei confronti dei lavoratori migranti e dei loro figli. L'Italia - conclude il Commissario - deve modificare la sua normativa e deve rispettare il diritto alla parità di trattamento".
giovedì 8 ottobre 2009
lunedì 13 luglio 2009
La democrazia "anomala"
di Omid Firouzi
Sarà proprio sulle rovine di questa crisi inevitabile che l'Onda Anomala porterà avanti senza paura la sua idea di democrazia, all'insegna della libertà, dell'autonomia...
7 / 7 / 2009
Per anni ci hanno insegnato nelle scuole e nelle università che i tratti che disinguono una democrazia sono la libertà di pensare, di poter scegliere in autonomia i propri percorsi di vita nel rispetto delle idee altrui e la possibilità di avere gli strumenti per effettuare tale scelta. Ci hanno sempre ripetuto che chi detiene il potere ha il compito di ascoltare tutte le voci che si alzano dalle pieghe della società e il dovere di tentare di interagire con le contraddizioni e i conflitti con gli strumenti del confronto politico, anche duro, e della mediazione. Una democrazia è tale soprattutto se i pensieri, le propensioni comportamentali, le aspirazioni soggettive e le rivendicazioni politche, anche quelle delle minoranze, sono rispettate e ritenute in qualche modo legittime. Questo ci hanno sempre detto. Oggi, guardando a quello che succede in Italia, mi chiedo se qualcuno abbia la sensazione di trovarsi in una vera democrazia.
Pendiamo in esame tre questioni di grande attualità: il lavoro, l'immigrazione e l'istruzione.
Per quanto riguarda il lavoro nessuno può negare che, in questi tempi di crisi, la precarietà diffusa, dovuta all'imporsi di nuove forme contrattuali chiaramente discriminatorie per gran parte dei lavoratori e una generale distribuzione della ricchezza marcatamente diseguale, portano molti lavoratori e disoccupati a rivendicare migliori condizioni salariali e un erogazione di reddito in grado di aprire possibilità di vita dignitose. Ebbene di fronte a questa legittima domanda sociale la reazione governativa è da una parte il tentativo di non considerare neppure l'emersione di nuove forme di lavoro e sfruttamento, e quindi lesistenza della rivendicazione di nuovi diritti, e dall'altra di attaccare penalmente il diritto allo sciopero. Delegittimare e criminalizzare dunque.
Sul terreno dell'immigrazione le cose stanno di fonte a tutti. Il pacchetto sicurezza, e in particolar modo l'introduzione del reato di imigrazione clandestina, sancisce definitivamente il disinteresse del governo nell'affrontare questa questione con politiche sociali e con nuovi progetti di integrazione nel rispetto dei diritti e dell'autonomia dei migranti e insiste con la strategia della criminalizzazione e dell'utilizzo dello strumento penale e repressivo. Una politica che riproduce inevitabilmente discriminazione verso migliaia di persone e una cultura di paura, sospetto e diffidenza per la società intera. Arriviamo ora ai fatti di questi giorni e qundi alla questione della formazione.
Erano anni che presentavamo le nostre critiche alla riforma 3+2, voluta ricordiamo dal centro-sinistra, parlando di de-qualificazione dei saperi, di liceizzazione e di aziendalizzazione dell'università. Quando la Gelmini e in generale il governo Berlusconi hanno palesato il loro progetto si è scatenata una diffusa contestazione sociale. Tutto avvenuto alla luce del sole. Abbiamo espresso la nostra preoccupazione verso quello che sembrava uno smantellamento vero e proprio dell'università pubblica, data la consistenza dei tagli e la previsione della creazione delle fondazioni universitarie e abbiamo dato vita a questa legittima preoccupazione con una legittima contestazione.
Assemblee, cortei come quello di Roma a cui hanno partecipato centinaia di miglia di persone, blocchi stradali e occupazioni in tutta Italia hanno dunque tradotto politicamente, senza violenza alcuna e con determinazione, una legittima domanda sociale che si alzava da tutto il paese.
Abbiamo in mente la costruzione du un'università pubblica adeguatamente finanziata dove i protagonisti siano sapere critico, cultura libera e ricerca "autonoma". Tutto al servizio della nostra voglia di conoscere la realtà sociale contemporanea e, perchè no, magari di poterla trasformare. Questo abbiamo detto e fatto per mesi. E lo rivendichiamo come giusto e legittimo. La risposta è stata banale, scontata e per certi versi "coerente". I presidi e i rettori, gli stessi che appoggiavano la protesta, hanno smesso di parlare con noi appena abbiamo denunciato gli interessi feudali e i poteri baronali presenti in molti atenei. Sono arrivate le prime denunce e le prime cariche quando la mobilitazione ha dimostrato in qualità, tenuta e partecipazione di non essere la solita e rituale agitazione autunnale.
Le facoltà hanno cominciato a sgomberare le aule autogestite che per settimane hanno portato una ventata di partecipazione degli studenti alla vita universià e alla produzione e trasmissione del sapere e alcuni presidi hanno cominciato a negare le autorizzazioni per far svolgere conferenze e seminari di autoformazione. Questione di ordine pubblico ci hanno detto. Infine, quando le lotte di studenti e ricercatori hanno cominciato a interagire con altre mobiliazioni diffuse sul territorio, quando insomma abbiamo cominciato a capire che la formula "moltitudinaria" che aveva caratterizzato il movimento dell'Onda poteva rappresentare una ricchezza importante da spendere in diversi terreni di lotta e rivendicazione, allora puntuale è arrivato il colpo di spada del Leviatano.
"Non abbiamo un granchè a livello di prove ma i soggetti arrestati preventivamente avrebbero potuto partecipare alle mobilitazioni del G8 all'Acquila": questo dicono nelle motivazioni dalla procura di Torino. Ecco quindi di nuovo la formula collaudata. Non riconoscere l'esistenza di un certo conflitto sociale, ignorarla e poi trasformarla in questione di sicurezza e ordine pubblico e infine criminalizzarla colpendo un pò a caso un pò miratamente le persone che l'hanno fatta emergere. Colpire i "cattivi" per intimidire i "buoni". Dividere laddove la messa in rete delle differenze aveva rappresentato un punto di forza. Produrre allarmi sociali e nemici pubblici per mistificare la realtà.
E' questa la strategia del governo per affontare una crisi economica e poltica che sta mettendo in discussione le basi stesse di una democrazia sempre più logorata, sempre più violentata, sempre più anomala.
Niente piagnistei però. Sarà proprio sulle rovine di questa crisi inevitabile che l'Onda Anomala porterà avanti senza paura la sua idea di democrazia, all'insegna della libertà, dell'autonomia e della partecipazione vera di tutti alla vita sociale del paese.
Sarà proprio sulle rovine di questa crisi inevitabile che l'Onda Anomala porterà avanti senza paura la sua idea di democrazia, all'insegna della libertà, dell'autonomia...
7 / 7 / 2009
Per anni ci hanno insegnato nelle scuole e nelle università che i tratti che disinguono una democrazia sono la libertà di pensare, di poter scegliere in autonomia i propri percorsi di vita nel rispetto delle idee altrui e la possibilità di avere gli strumenti per effettuare tale scelta. Ci hanno sempre ripetuto che chi detiene il potere ha il compito di ascoltare tutte le voci che si alzano dalle pieghe della società e il dovere di tentare di interagire con le contraddizioni e i conflitti con gli strumenti del confronto politico, anche duro, e della mediazione. Una democrazia è tale soprattutto se i pensieri, le propensioni comportamentali, le aspirazioni soggettive e le rivendicazioni politche, anche quelle delle minoranze, sono rispettate e ritenute in qualche modo legittime. Questo ci hanno sempre detto. Oggi, guardando a quello che succede in Italia, mi chiedo se qualcuno abbia la sensazione di trovarsi in una vera democrazia.
Pendiamo in esame tre questioni di grande attualità: il lavoro, l'immigrazione e l'istruzione.
Per quanto riguarda il lavoro nessuno può negare che, in questi tempi di crisi, la precarietà diffusa, dovuta all'imporsi di nuove forme contrattuali chiaramente discriminatorie per gran parte dei lavoratori e una generale distribuzione della ricchezza marcatamente diseguale, portano molti lavoratori e disoccupati a rivendicare migliori condizioni salariali e un erogazione di reddito in grado di aprire possibilità di vita dignitose. Ebbene di fronte a questa legittima domanda sociale la reazione governativa è da una parte il tentativo di non considerare neppure l'emersione di nuove forme di lavoro e sfruttamento, e quindi lesistenza della rivendicazione di nuovi diritti, e dall'altra di attaccare penalmente il diritto allo sciopero. Delegittimare e criminalizzare dunque.
Sul terreno dell'immigrazione le cose stanno di fonte a tutti. Il pacchetto sicurezza, e in particolar modo l'introduzione del reato di imigrazione clandestina, sancisce definitivamente il disinteresse del governo nell'affrontare questa questione con politiche sociali e con nuovi progetti di integrazione nel rispetto dei diritti e dell'autonomia dei migranti e insiste con la strategia della criminalizzazione e dell'utilizzo dello strumento penale e repressivo. Una politica che riproduce inevitabilmente discriminazione verso migliaia di persone e una cultura di paura, sospetto e diffidenza per la società intera. Arriviamo ora ai fatti di questi giorni e qundi alla questione della formazione.
Erano anni che presentavamo le nostre critiche alla riforma 3+2, voluta ricordiamo dal centro-sinistra, parlando di de-qualificazione dei saperi, di liceizzazione e di aziendalizzazione dell'università. Quando la Gelmini e in generale il governo Berlusconi hanno palesato il loro progetto si è scatenata una diffusa contestazione sociale. Tutto avvenuto alla luce del sole. Abbiamo espresso la nostra preoccupazione verso quello che sembrava uno smantellamento vero e proprio dell'università pubblica, data la consistenza dei tagli e la previsione della creazione delle fondazioni universitarie e abbiamo dato vita a questa legittima preoccupazione con una legittima contestazione.
Assemblee, cortei come quello di Roma a cui hanno partecipato centinaia di miglia di persone, blocchi stradali e occupazioni in tutta Italia hanno dunque tradotto politicamente, senza violenza alcuna e con determinazione, una legittima domanda sociale che si alzava da tutto il paese.
Abbiamo in mente la costruzione du un'università pubblica adeguatamente finanziata dove i protagonisti siano sapere critico, cultura libera e ricerca "autonoma". Tutto al servizio della nostra voglia di conoscere la realtà sociale contemporanea e, perchè no, magari di poterla trasformare. Questo abbiamo detto e fatto per mesi. E lo rivendichiamo come giusto e legittimo. La risposta è stata banale, scontata e per certi versi "coerente". I presidi e i rettori, gli stessi che appoggiavano la protesta, hanno smesso di parlare con noi appena abbiamo denunciato gli interessi feudali e i poteri baronali presenti in molti atenei. Sono arrivate le prime denunce e le prime cariche quando la mobilitazione ha dimostrato in qualità, tenuta e partecipazione di non essere la solita e rituale agitazione autunnale.
Le facoltà hanno cominciato a sgomberare le aule autogestite che per settimane hanno portato una ventata di partecipazione degli studenti alla vita universià e alla produzione e trasmissione del sapere e alcuni presidi hanno cominciato a negare le autorizzazioni per far svolgere conferenze e seminari di autoformazione. Questione di ordine pubblico ci hanno detto. Infine, quando le lotte di studenti e ricercatori hanno cominciato a interagire con altre mobiliazioni diffuse sul territorio, quando insomma abbiamo cominciato a capire che la formula "moltitudinaria" che aveva caratterizzato il movimento dell'Onda poteva rappresentare una ricchezza importante da spendere in diversi terreni di lotta e rivendicazione, allora puntuale è arrivato il colpo di spada del Leviatano.
"Non abbiamo un granchè a livello di prove ma i soggetti arrestati preventivamente avrebbero potuto partecipare alle mobilitazioni del G8 all'Acquila": questo dicono nelle motivazioni dalla procura di Torino. Ecco quindi di nuovo la formula collaudata. Non riconoscere l'esistenza di un certo conflitto sociale, ignorarla e poi trasformarla in questione di sicurezza e ordine pubblico e infine criminalizzarla colpendo un pò a caso un pò miratamente le persone che l'hanno fatta emergere. Colpire i "cattivi" per intimidire i "buoni". Dividere laddove la messa in rete delle differenze aveva rappresentato un punto di forza. Produrre allarmi sociali e nemici pubblici per mistificare la realtà.
E' questa la strategia del governo per affontare una crisi economica e poltica che sta mettendo in discussione le basi stesse di una democrazia sempre più logorata, sempre più violentata, sempre più anomala.
Niente piagnistei però. Sarà proprio sulle rovine di questa crisi inevitabile che l'Onda Anomala porterà avanti senza paura la sua idea di democrazia, all'insegna della libertà, dell'autonomia e della partecipazione vera di tutti alla vita sociale del paese.
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giovedì 9 luglio 2009
Peppe Mariani: "Senza diritto alla casa non c'è diritto allo studio"
ROMA, 8 LUG - Pieno sostegno all’occupazione abitativa degli studenti dell’onda. - è quanto fa sapere in una nota Peppe Mariani, Presidente della Commissione Lavoro, Politiche Giovanili, Pari Opportunità e Politiche Sociali.Appena mi hanno avvertito sono andato in via fortebraccio al quartiere Pigneto dove gli studenti hanno occupato. Questa azione denuncia lo stato di grave difficoltà in cui vivono gli studenti di questa città. Nonostante i tentativi della stessa Regione Lazio di calmierare gli affitti per garantire il diritto alla casa agli studenti, – continua Mariani – il mercato immobiliare rimane una giungla selvaggia costituita da affitti in nero ed inaccessibili. Questa situazione fa sì che i giovani non ottengano mai l’autonomia e l’indipendenza dalle proprie famiglie. Senza il diritto alla casa viene precluso anche il diritto allo studio, soprattutto per gli studenti fuori sede.In particolare – prosegue Mariani – apprendo che il palazzetto occupato oggi, proprietà di un privato, e rimasto in disuso per più di 10 anni in un quartiere come il Pigneto, simbolo di una sfrenata speculazione immobiliare. Per questo motivo - conclude Mariani– non solo sostengo la protesta e la denuncia degli studenti, ma chiederò di costituire un tavolo di trattativa tra il privato stesso, il comune di Roma e la Regione Lazio, responsabile primaria del diritto allo studio, del diritto alla casa e dei diritti sociali per gli studenti. Su questo fronte si è fatto ancora troppo poco. E’ fondamentale dare ascolto agli studenti dell’onda per avviare una stagione di politiche più incisive su queste problematiche.
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Nasce POINT BREAK - Studentato occupato da Crew in Onda
Lo studentato occupato da Crew in OndaRoma
Oggi, 8 luglio 2009,nel pieno pomeriggio un centinaio di studenti della Sapienza del progetto CREW in Onda ha occupato un palazzo abbandonato da quasi dieci anni per farne uno spazio abitativo per studenti: nasce lo Studentato Occupato Point Break, in via Fortebraccio 30 nel quartiere Pigneto; occupazione che ha luogo in un quartiere abitato da studenti e migranti costretti a pagare 300 o 400 euro per una piccola stanza, attraversata dai flussi serali giovanili e da diverse esperienza culturali e sociali.
Oggi lanciamo la campagna "50 euro possono bastare", e dunque diciamo subito che è solo l'inizio e che noi non siamo disposti a pagare di più per una stanza!
Ottima la risposta del quartiere, la gente della via applaude l'iniziativa, gli studenti stanno volantinando in tutto il quartiere spiegando le ragioni dell'azione.
E' stata convocata per venerdi 10 luglio ore 18 un'assemblea pubblica presso la nuova occupazione.
Oggi ore 19 - aperitivo sociale
Point Break occupazione di Crew in Onda
Point Break è una risposta alla crisi che da mesi si abbatte sulle condizioni di vita di giovani, studenti e precari. Point Break nasce fra le pieghe dell'Onda, sulla scia di quel movimento che, partendo dalle università e dalle scuole, è riuscito a mettere in campo un’opposizione vera alle politiche di dismissione dell’università e della scuola. Point Break è una risposta alla precarietà diffusa che attanaglia la vita dei giovani, all’impossibilità di poter avere accesso al reddito, alla formazione, alla felicità. Point Break è la riappropriazione di uno spazio per farne una sperimentazione nuova, il tentativo di costruire un nuovo welfare a partire dal basso, dalla produzione comune di risorse, immaginazione, intelligenza.Point Break è una risposta agli affitti insostenibili, a chi ci chiama ospiti e ci fa pagare 500 euro al mese. Point Break è una risposta all’Adisu e alla sua incapacità di rispondere all’esigenze di studenti in sede e fuori sede. Point Break è una risposta al governo della Sapienza e al suo piano edilizio folle che vuole sostituire l'università ai privati nella speculazione degli affitti. Point Break é contro la rendita, i palazzi sfitti, le case vuote e il piano casa del governo che ci vuole far dormire nella veranda condonata dei genitori.Point Break è il punto più alto dell’Onda, quello della rottura degli schemi che ci vogliono ospiti, precari, clandestini. Point Break da oggi è al Pigneto, un quartiere giovane, multiculturale e aperto, ma presto sarà in tutta la città. Point Break da oggi è uno studentato autogestito, comune, che nasce dal desiderio di autonomia dei giovani studenti e precari dell’Onda romana. Uno stabile strappato alla speculazione e restituito alla città.Noi ci mettiamo le nostre intelligenze, i nostri desideri e cinquanta euro al mese...il resto è responsabilità delle istituzioni!
Oggi lanciamo la campagna "50 euro possono bastare", e dunque diciamo subito che è solo l'inizio e che noi non siamo disposti a pagare di più per una stanza!
Ottima la risposta del quartiere, la gente della via applaude l'iniziativa, gli studenti stanno volantinando in tutto il quartiere spiegando le ragioni dell'azione.
E' stata convocata per venerdi 10 luglio ore 18 un'assemblea pubblica presso la nuova occupazione.
Oggi ore 19 - aperitivo sociale
Point Break occupazione di Crew in Onda
Point Break è una risposta alla crisi che da mesi si abbatte sulle condizioni di vita di giovani, studenti e precari. Point Break nasce fra le pieghe dell'Onda, sulla scia di quel movimento che, partendo dalle università e dalle scuole, è riuscito a mettere in campo un’opposizione vera alle politiche di dismissione dell’università e della scuola. Point Break è una risposta alla precarietà diffusa che attanaglia la vita dei giovani, all’impossibilità di poter avere accesso al reddito, alla formazione, alla felicità. Point Break è la riappropriazione di uno spazio per farne una sperimentazione nuova, il tentativo di costruire un nuovo welfare a partire dal basso, dalla produzione comune di risorse, immaginazione, intelligenza.Point Break è una risposta agli affitti insostenibili, a chi ci chiama ospiti e ci fa pagare 500 euro al mese. Point Break è una risposta all’Adisu e alla sua incapacità di rispondere all’esigenze di studenti in sede e fuori sede. Point Break è una risposta al governo della Sapienza e al suo piano edilizio folle che vuole sostituire l'università ai privati nella speculazione degli affitti. Point Break é contro la rendita, i palazzi sfitti, le case vuote e il piano casa del governo che ci vuole far dormire nella veranda condonata dei genitori.Point Break è il punto più alto dell’Onda, quello della rottura degli schemi che ci vogliono ospiti, precari, clandestini. Point Break da oggi è al Pigneto, un quartiere giovane, multiculturale e aperto, ma presto sarà in tutta la città. Point Break da oggi è uno studentato autogestito, comune, che nasce dal desiderio di autonomia dei giovani studenti e precari dell’Onda romana. Uno stabile strappato alla speculazione e restituito alla città.Noi ci mettiamo le nostre intelligenze, i nostri desideri e cinquanta euro al mese...il resto è responsabilità delle istituzioni!
C.Re.W. - Sapienza in Onda
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lunedì 6 luglio 2009
Comunicato di solidarietà della Sapienza in Onda. Dal Rettorato occupato per protestare contro gli arresti
Nella notte tra il 5 e il 6 luglio, le forze dell’ordine sotto il comando della Questura di Torino hanno perquisito e arrestato 21 persone: 12 a Torino, 4 a Bologna, 3 a Padova, uno a Milano e uno a Napoli. Inoltre, è stata fatta irruzione nel Centro Sociale Askatasuna di Torino e alla Festa di Radio Sherwood a Padova.Azioni intollerabili e intimidatorie, coperte dal ministro razzista Maroni che promette il g8 più pacificato nella storia di questo summit. Azioni contro chi ha inondato le strade, occupato le università, bloccato il traffico, per rivendicare i propri diritti contro le politiche folli di questo governo. Azioni contro chi ha contestato il g8 dei rettori delle università in modo determinato ed intelligente. Questa notte, nella settimana di contestazione al g8, un giorno prima dell’arrivo dei grandi, si decide di far scattare l’ennesima azione di polizia per reprimere chi ha deciso di non assoggettarsi alle logiche dell’efficienza e dell’economicità imposte nell’università come nelle nostre vite.Il corpo vivo dell’università, delle lotte su formazione e precarietà non si arresta!Per questo oggi a Roma, come a Venezia e Bologna, stiamo occupando i rettorati e le facoltà richiedendo con forza una presa di posizione netta alle istituzioni universitarire contro gli arresti, la criminalizzazione del movimento dell’onda e la chiusura degli spazi di libertà e dissenso.
Tutto ciò avviene in un quadro di criminalizzazione diffusa e di continui atti intimidatori nei confronti dei movimenti: nella giornata di sabato, infatti, sono stati perquisiti tutti i pullman ed i treni che cercavano di raggiungere Vicenza per partecipare alla manifestazione indetta contro la costruzione della base americana. Il giorno successivo, in occasione della fiaccolata che chiedeva verità e giustizia sul terremoto, L’Aquila è stata letteralmente militarizzata attraverso l’istituzione di check-point e l’obbligo di mostrare i documenti.…Se avete deciso di non farci dormire venendo nelle nostre case, nei nostri luoghi, arrestando i nostri compagni durante la notte, allora avete deciso di non dormire più neanche voi!
L’ONDA PERFETTA NON SI ARRESTA- LIBERI TUTT@!
Sapienza_in Onda
venerdì 3 luglio 2009
Per un nuovo welfare contro la crisi - dossier e inchiesta sulla casa

Scarica qui in pdf il dossier Crew in Onda "Per un nuovo welfare contro la crisi"
Indice del dossier:
Intro e prima parte:
- Inchiesta sugli affitti in nero e le condizioni abitative degli studenti nella metropoli (pag.2)
-Conflitto sociale all'interno degli Studentati romani (pag.3)
-Un nuovo welfare oltre il diritto allo studio (pag 5)
- Speculazione e rendita, modificazione territorio e affitti in nero (pag.6)
Seconda parte:
- C.Re.W.in Onda per un nuovo welfare contro la crisi:
- Accesso alla cultura (pag.8)
- Casa (pag.9)
- Reddito e nuovo welfare (pag.10)
- Nuovo welfare contro il debito (pag.12)
Scarica qui in pdf l'inchiesta sul tema della casa a cura di Crew - Questionario - Surf the crisis,belong to Crew!
Indice del dossier:
Intro e prima parte:
- Inchiesta sugli affitti in nero e le condizioni abitative degli studenti nella metropoli (pag.2)
-Conflitto sociale all'interno degli Studentati romani (pag.3)
-Un nuovo welfare oltre il diritto allo studio (pag 5)
- Speculazione e rendita, modificazione territorio e affitti in nero (pag.6)
Seconda parte:
- C.Re.W.in Onda per un nuovo welfare contro la crisi:
- Accesso alla cultura (pag.8)
- Casa (pag.9)
- Reddito e nuovo welfare (pag.10)
- Nuovo welfare contro il debito (pag.12)
Scarica qui in pdf l'inchiesta sul tema della casa a cura di Crew - Questionario - Surf the crisis,belong to Crew!
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domenica 28 giugno 2009
30/06 C.Re.W. in Onda PARTY - Facoltà di Scienze Politiche (La Sapienza)
h11:00 (sala professori)IL RAPPORTO TRA I MOVIMENTI E MEDIA
dibattito con Lucia Annunziata
h 17:30 (sala professori)
ASSEMBLEA PUBBLICA "PER UN NUOVO WELFARE:PRESENTAZIONE PROGETTO C.RE.W. "
sono invitati a partecipare tutti i movimenti di lotta per la casa,comune,regione e istituzioni universitarie.
sono invitati a partecipare tutti i movimenti di lotta per la casa,comune,regione e istituzioni universitarie.
dalle h 21 DanceHall contro la crisi
+Black Son +Manlio +CarmRoots and Melody Roots sound system
Welfare, Casa e Reddito per Tutt*
Di seguito l'appello a tutte le Facoltà in Onda
“Dopo il G8 di Torino: il rapporto tra media e movimenti”
“Dopo il G8 di Torino: il rapporto tra media e movimenti”
Abbiamo deciso di costruire questo incontro, come studenti dell'Onda, a seguito delle straordinarie giornate torinesi, quando migliaia di studenti da tutta Italia hanno raggiunto Torino per contestare il G8 University Summit, organizzato dai rettori italiani. A seguito di quell'evento, il nostro entusiasmo, derivante dall'aver costruito e condiviso una straordinaria esperienza collettiva di lotta, era commistionato ad una forte indignazione prodotta dalla lettura dei giornali: un coro unanime di condanna, dal Corriere a Repubblica fino al Manifesto, ha tentato di distorcere i fatti, di dividere l'Onda, di perimetrare buoni e cattivi, di definire delle etichettature politiche tanto insulse quanto inattuali.Col senno di poi, tutti sappiamo che la strategia della stampa main stream ha girato a vuoto: l'Onda, in tutte gli atenei, ha condiviso e rivendicato pubblicamente ciò che ha praticato, utilizzando gli strumenti di comunicazione indipendenti e i social network per restituire la verità dei fatti. Gli stessi rettori organizzatori del Summit hanno dovuto ammettere le loro responsabilità per aver costruito un vertice privo di qualsiasi legittimità, provando goffamente a giustificarle come un “difetto di comunicazione”. Dopo qualche giorno fu annunciato che il G8 della Scienza, previsto per il 22 giugno a Monza, era stato annullato per timore di ripetere gli stessi errori.Resta però aperto il problema della stampa italiana e del rapporto tra questa ed i movimenti sociali: quella stessa stampa che erge barricate quando il Presidente del Consiglio la definisce eversiva e che comprende, giustifica, a volte addirittura elogia, i fenomeni di insubordinazione quando questi accadono al di là dei confini del nostro paese - vedi Repubblica sulla rivolta in Grecia, sui sequestri dei manager in Francia e di recente sulla rivolta iraniana - e che condanna e criminalizza invece ciò che accade in Italia. Un problema aperto, che si ripropone ogni qual volta gli assetti di potere, in un paese come il nostro, a democrazia bloccata, vengono messi in crisi non da dissidi interni alle stesse istituzioni, ma dall'apertura di nuovi conflitti costituenti. Di questo vogliamo discutere con Lucia Annunziata, giornalista che, dopo i fatti di Torino, ha rappresentato una delle poche voci fuori dal coro.
Per un nuovo welfare – Presentazione del progetto C.Re.W.
Ancora una volta La Sapienza diviene spazio di confronto pubblico e conflittuale aperto alle istituzione e le realtà cittadine che animano la città di Roma. Un appuntamento, quello di martedì 30 giugno a Sc. Politiche, che vedrà la presentazione del progetto C.Re.W. (Casa Reddito Welfare) nato dall’assemblea d’ateneo e che vive nelle Facoltà in Onda della Sapienza. Un progetto di inchiesta autoformazione e riflessione teorica attorno alle possibilità di costruire, a partire dai movimenti una risposta reale alla crisi.
Casa, Reddito e Welfare: tre tematiche che tengono ben presente la stretta interdipendenza tra l’università e metropoli; con la prima che rende viva, ricca e produttiva la seconda.
Interdipendenza che sfrutta lo studente e il giovane in generale come elemento da cui trarre maggior ricchezza, nei termini in cui esso, avendo meno tutele e garanzie, è sottoposto a un serie di spese inevitabili che vanno a inserirsi nei processi di speculazione e di rendita sui cui si basa gran parte dell’introito economico cittadino.
Ci domandiamo perciò quali siano il ruolo e le responsabilità che l’Università ricopre nel finanziare una reale possibilità di accesso ad un abitazione a prezzi giusti, bassi e atti a garantire un diritto sociale ed economico imprescindibile come quello della casa, all’interno di un sistema di welfare, che invece di mettere al centro gli individui è sempre più vincolato e fondato sulla “famiglia”.
Il dibattito attorno alla possibilità di nuove forme di welfare welfare diventa per centrale in questa fase di crisi economica: con questo intendiamo la possibilità di accesso alla ricchezza su base individuale e non assistenziale, rispondendo alla necessità di una vita fatta di indipendenza economica e non sottoposta al ricatto continuo di chi sfrutta e specula sugli studenti.
Le rivendicazioni di Crew in Onda cercano di ripensare un nuovo modo di contrattazione sociale come una possibile via d’uscita dalla crisi economica.
Un nuovo Welfare contro il debito: debito formativo, prestito d’onore, rendita , speculazione e dipendenza economica dalla famiglia infatti, sono gli scenari che si aprono come ipotetiche vie d’uscita dalla fase di recessione e di crisi del welfare state.
E’ interessante notare infatti come le risposte istituzionali sembrino rivolgersi in unica direzione: scaricare la crisi verso il basso attraverso l’istituzione di una nuova centralità del debito individuale. Dal debito in ambito dei corsi di studio e della formazione professionale, al debito per poter accedere a una preparazione universitaria sempre più dequalificata, passando per il debito nei confronti della propria famiglia.
A nostro avviso la risposta alla crisi economica dovrebbe invece passare per una ridefinizione dell’idea complessiva di welfare nel nostro paese, a partire dalla necessità di autonomia e di indipendenza di un’intera generazione, mettendo a valore quelle che sono le istanze dell’Onda e dei movimenti in generale.
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C.Re.W. in Onda verso il g8 della crisi
Il G8 che si terrà tra poche settimane a l’Aquila si inserisce a nostro avviso in un contesto estremamente particolare. In queste settimane stiamo assistendo infatti ad un progressivo smascheramento delle politiche di gestione della crisi da parte del Governo, dai dati Istat sulla disoccupazione e la produttività, all’allarme di Confindustria – di certo non amica dei movimenti - sulla necessità di misure vere contro la crisi, ciò che appare evidente è che l’immobilismo di Berlusconi e Tremonti sul piano delle riforme del Welfare e su quello più generale di risposta alla crisi non stia affatto pagando. Né in termini di consenso né in termini di efficacia.Se da un lato questi mesi oltre duecentomila precari hanno perso il lavoro dall’altro assistiamo al ridursi, nel 2009, delle pensioni di anzianità. Vale a dire che la sempre più forte precarietà giovanile ricade oltre che sui giovani sulle loro famiglie, costringendo i padri a lavorare di più per tutelare i figli e in definitiva riducendo a zero le possibilità di indipendenza e autonomia dei giovani nel nostro paese. Non c’è possibilità di autonomia e indipendenza infatti, in un paese in cui l’unico ammortizzatore sociale è la pensione dei nonni o lo stipendio dei genitori.
Welfare non familista, formazione, libertà, cittadinanza per tutti, autonomia per i giovani ci sembrano essere, come studenti dell’Onda romana, le priorità di fronte alla crisi globale, non di certo le nuove politiche securitarie e razziste del governo, non di certo l’illusione di poter risolvere la crisi attraverso la semplice costruzione di un dispositivo mediatico. Il re è nudo, questo ci sentiamo di dire! Lo è di fronte alla crisi globale e lo è di fronte alla crisi abruzzese. La decisione di spostare il vertice a l’Aquila, è un’ulteriore tentativo di costruire consenso attraverso la creazione di un palcoscenico, dare risalto all’operato del governo e oscurare quei movimenti che proprio sul territorio aquilano ne stanno mettendo in crisi le politiche. Il governo cerca di risolvere la propria crisi di legittimità e di consenso collocando la riunione del g8 in una città terremotata, credendo ingenuamente di poter normalizzare il territorio aquilano.Gli appuntamenti tematici del g8 sono stati al centro di forti contestazioni proprio a partire da quei soggetti sociali messi al centro dalla crisi economica e dalle politiche governative. Migranti precari studenti lavoratori hanno contestato i g8 dislocati a partire dalle proprie esperienze e specificità territoriali. Proprio per valorizzare questa capacità di mobilitazione diffusa e radicata nei territori, nei luoghi di lavoro e nelle università, abbiamo scelto di partecipare alla contestazione diffusa e dislocata del g8, a partire dai percorsi specifici di conflitto che abbiamo costruito come Onda nel corso dell’anno. Disegnare e definire la mappa della crisi, economica e istituzionale del Paese, porre in risalto i nodi attorno ai quali si definisce l’incapacità di governo della globalizzazione a partire dai territori e dai luoghi produttivi, questa è la sfida che riguarda le giornate del vertice e che tenteremo di raccogliere tanto a Vicenza, che a Roma che a l’Aquila.Lo faremo con la convinzione che sia giunto il momento di tracciare un percorso nuovo, fatto di passioni, di desideri, di costruzione collettiva di un futuro comune attraverso le lotte e i conflitti, piuttosto che attraverso la riproposizione di vecchi schemi inservibili e superati. Essere all’altezza della situazione di fronte a questo g8 significa capire che cos’è un summit dei grandi nel pieno della crisi globale: dislocazione e decisione diretta dei movimenti sociali, questa non è una semplice risposta al g8, ma la possibilità di una costruzione comune di un’alternativa reale.Pratica dell’autonomia e dell’indipendenza per rilanciare la forma movimento, dislocazione e contestazione diffusa di fronte al g8 della crisi, questo crediamo che sia il percorso da tracciare, per questo saremo al fianco dei comitati aquilani che si battono ogni giorno sul territorio abruzzese, sostenendone scelte e pratiche di contestazione al g8.Un percorso che ci porterà al fianco del movimento No dal Molin il 4 luglio e che ci vedrà costruire le date romane del 7 e 8 luglio assieme a tutta la rete no g8. Allo stesso tempo saremo a l’Aquila, in delegazione, nella fiaccolata convocata nella notte tra il 5 e il 6 luglio dai comitati territoriali per chiedere verità e giustizia sul terremoto, e parteciperemo al forum del 7 luglio proposto dalla rete 3&32.
Noi la crisi non la paghiamo!
Sapienza in Onda - C.Re.W
Welfare non familista, formazione, libertà, cittadinanza per tutti, autonomia per i giovani ci sembrano essere, come studenti dell’Onda romana, le priorità di fronte alla crisi globale, non di certo le nuove politiche securitarie e razziste del governo, non di certo l’illusione di poter risolvere la crisi attraverso la semplice costruzione di un dispositivo mediatico. Il re è nudo, questo ci sentiamo di dire! Lo è di fronte alla crisi globale e lo è di fronte alla crisi abruzzese. La decisione di spostare il vertice a l’Aquila, è un’ulteriore tentativo di costruire consenso attraverso la creazione di un palcoscenico, dare risalto all’operato del governo e oscurare quei movimenti che proprio sul territorio aquilano ne stanno mettendo in crisi le politiche. Il governo cerca di risolvere la propria crisi di legittimità e di consenso collocando la riunione del g8 in una città terremotata, credendo ingenuamente di poter normalizzare il territorio aquilano.Gli appuntamenti tematici del g8 sono stati al centro di forti contestazioni proprio a partire da quei soggetti sociali messi al centro dalla crisi economica e dalle politiche governative. Migranti precari studenti lavoratori hanno contestato i g8 dislocati a partire dalle proprie esperienze e specificità territoriali. Proprio per valorizzare questa capacità di mobilitazione diffusa e radicata nei territori, nei luoghi di lavoro e nelle università, abbiamo scelto di partecipare alla contestazione diffusa e dislocata del g8, a partire dai percorsi specifici di conflitto che abbiamo costruito come Onda nel corso dell’anno. Disegnare e definire la mappa della crisi, economica e istituzionale del Paese, porre in risalto i nodi attorno ai quali si definisce l’incapacità di governo della globalizzazione a partire dai territori e dai luoghi produttivi, questa è la sfida che riguarda le giornate del vertice e che tenteremo di raccogliere tanto a Vicenza, che a Roma che a l’Aquila.Lo faremo con la convinzione che sia giunto il momento di tracciare un percorso nuovo, fatto di passioni, di desideri, di costruzione collettiva di un futuro comune attraverso le lotte e i conflitti, piuttosto che attraverso la riproposizione di vecchi schemi inservibili e superati. Essere all’altezza della situazione di fronte a questo g8 significa capire che cos’è un summit dei grandi nel pieno della crisi globale: dislocazione e decisione diretta dei movimenti sociali, questa non è una semplice risposta al g8, ma la possibilità di una costruzione comune di un’alternativa reale.Pratica dell’autonomia e dell’indipendenza per rilanciare la forma movimento, dislocazione e contestazione diffusa di fronte al g8 della crisi, questo crediamo che sia il percorso da tracciare, per questo saremo al fianco dei comitati aquilani che si battono ogni giorno sul territorio abruzzese, sostenendone scelte e pratiche di contestazione al g8.Un percorso che ci porterà al fianco del movimento No dal Molin il 4 luglio e che ci vedrà costruire le date romane del 7 e 8 luglio assieme a tutta la rete no g8. Allo stesso tempo saremo a l’Aquila, in delegazione, nella fiaccolata convocata nella notte tra il 5 e il 6 luglio dai comitati territoriali per chiedere verità e giustizia sul terremoto, e parteciperemo al forum del 7 luglio proposto dalla rete 3&32.
Noi la crisi non la paghiamo!
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giovedì 25 giugno 2009
Le politiche abitative inesistenti e la Costituzione italiana
a cura di Carmelo R Mannarà (Lab Autoriforma Adisu del Mandrione)
Una delle spese più impegnative che deve affrontare uno studente universitario fuori sede è solitamente quella dell’alloggio. Se non ha una borsa di studio oppure un posto assegnato da un ente per il diritto allo studio, allora spesso deve sostenere delle spese economiche non indifferenti.Non conosciamo quale sia la realtà nelle varie provincie italiane, per cui ci limiteremo ad accennare la situazione presente nella sede che frequentiamo,anche perchè,nel bene e nel male,è anche la nostra città: Roma,la capitale,la grande metropoli e le numerose università pubbliche e private. Per quanto riguarda gli studenti, oltra ai residenti,troviamo migliaia di fuorisede e pendolari. Giocoforza i fuorisede devono necessariamente prendere un alloggio in affitto,l’ADISU dispone di un ridotto numero di posti letto: solo 1.300.Da qui si può capire la situazione invivibile che devono affrontare molti studenti: sono costretti a pagare affitti assurdamente alti perché la gran parte dei proprietari degli alloggi sfrutta la grande richiesta e la contemporanea scarsa disponibilità. E a tutto questo si aggiunge anche una grossa presenza di immigrati, sia regolari che irregolari; anche queste persone cercano alloggi e spesso sono disposti anche a pagare affitti altissimi, sfruttando il fatto che poi andranno ad abitare nei locali insieme a connazionali ancora più disperati, ai quali subaffitteranno un posto letto. La grande ricerca dei poveri. Moltissimi affittuari approfittano di questa situazione e costringono gli studenti a pagare l’affitto in nero. In base a numerosissime inchieste, risulta che solo due studenti su 10 stipulano un contratto regolare! E gli affitti sono lo stesso molto alti: in media una stanza,altro che appartamento,costa 500 euro al mese, mentre una doppia si arriva a 350 euro!L’evasione fiscale degli affittuari supera abbondantemente i milioni di euro all’anno!E il bello è che per gli affitti agli studenti è obbligatorio un contratto a canone concordato che non può superare i 10,3 euro al metro quadrato.Ma nessuno degli studenti lo sa!Ma è possibile una situazione del genere? E' tollerabile che dei privati ci speculino? E' possibile che il nostro sistema non garantisca un diritto sociale inviolabile?
Come recita la nostra Costituzione (che per qualche privato un senso non c'è l'ha) lo Stato deve garantire al maggior numero possibile di cittadini un diritto sociale, quale è appunto quello dell’abitazione.Esso rientra tra i diritti inviolabili dell’uomo, riconosciuti e garantiti dall’articolo 2 della Costituzione, e trova un riconoscimento espresso nell’art. 25 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nell’art. 11 del patto internazionale dei diritti economici, sociali e culturali.L’abitazione costituisce indubbiamente, per l’ importanza che riveste nella vita di ogni uomo, un bene primario che deve essere tutelato in modo adeguato e concreto.La casa è il luogo in cui si riunisce la famiglia; in essa l’individuo cresce. I giovani che intendono, formare una nuova famiglia debbono avere a disposizione una casa per realizzare una intimo legame tra loro.Per questo, la Costituzione all’art. 47 prevede che la Repubblica debba favorire il diritto alla proprietà dell’abitazione, con misure che possano aiutare le persone più bisognose ad avere un alloggio in proprietà e, quindi, rendendo concreto questo diritto. In più occasioni la Corte Costituzionale ha affermato che rientra, tra i compiti della Repubblica, quello di favorire l’accesso alla abitazione ai cittadini più deboli. La difficoltà di avere una casa costituisce insomma una delle preoccupazioni alle quali le amministrazioni pubbliche devono offrire risposte efficaci, in particolare attraverso i piani di edilizia economica e popolare. I riferimenti costituzionali del diritto alla casa” sono gli art. 2, 3 e 32. Infatti le politiche legislative in materia abitativa sono basate sulla tutela dei diritti inviolabili della persona, tutela che è strettamente legata ai compiti che lo Stato ha nel rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale. Nella Carta dei valori, della cittadinanza e dell’ integrazione dell’ aprile 2007 viene affermato “L’Italia è impegnata perché tutti possano fruire di una abitazione adeguata ai bisogni della propria famiglia e a costi ragionevoli".
Una delle spese più impegnative che deve affrontare uno studente universitario fuori sede è solitamente quella dell’alloggio. Se non ha una borsa di studio oppure un posto assegnato da un ente per il diritto allo studio, allora spesso deve sostenere delle spese economiche non indifferenti.Non conosciamo quale sia la realtà nelle varie provincie italiane, per cui ci limiteremo ad accennare la situazione presente nella sede che frequentiamo,anche perchè,nel bene e nel male,è anche la nostra città: Roma,la capitale,la grande metropoli e le numerose università pubbliche e private. Per quanto riguarda gli studenti, oltra ai residenti,troviamo migliaia di fuorisede e pendolari. Giocoforza i fuorisede devono necessariamente prendere un alloggio in affitto,l’ADISU dispone di un ridotto numero di posti letto: solo 1.300.Da qui si può capire la situazione invivibile che devono affrontare molti studenti: sono costretti a pagare affitti assurdamente alti perché la gran parte dei proprietari degli alloggi sfrutta la grande richiesta e la contemporanea scarsa disponibilità. E a tutto questo si aggiunge anche una grossa presenza di immigrati, sia regolari che irregolari; anche queste persone cercano alloggi e spesso sono disposti anche a pagare affitti altissimi, sfruttando il fatto che poi andranno ad abitare nei locali insieme a connazionali ancora più disperati, ai quali subaffitteranno un posto letto. La grande ricerca dei poveri. Moltissimi affittuari approfittano di questa situazione e costringono gli studenti a pagare l’affitto in nero. In base a numerosissime inchieste, risulta che solo due studenti su 10 stipulano un contratto regolare! E gli affitti sono lo stesso molto alti: in media una stanza,altro che appartamento,costa 500 euro al mese, mentre una doppia si arriva a 350 euro!L’evasione fiscale degli affittuari supera abbondantemente i milioni di euro all’anno!E il bello è che per gli affitti agli studenti è obbligatorio un contratto a canone concordato che non può superare i 10,3 euro al metro quadrato.Ma nessuno degli studenti lo sa!Ma è possibile una situazione del genere? E' tollerabile che dei privati ci speculino? E' possibile che il nostro sistema non garantisca un diritto sociale inviolabile?
Come recita la nostra Costituzione (che per qualche privato un senso non c'è l'ha) lo Stato deve garantire al maggior numero possibile di cittadini un diritto sociale, quale è appunto quello dell’abitazione.Esso rientra tra i diritti inviolabili dell’uomo, riconosciuti e garantiti dall’articolo 2 della Costituzione, e trova un riconoscimento espresso nell’art. 25 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nell’art. 11 del patto internazionale dei diritti economici, sociali e culturali.L’abitazione costituisce indubbiamente, per l’ importanza che riveste nella vita di ogni uomo, un bene primario che deve essere tutelato in modo adeguato e concreto.La casa è il luogo in cui si riunisce la famiglia; in essa l’individuo cresce. I giovani che intendono, formare una nuova famiglia debbono avere a disposizione una casa per realizzare una intimo legame tra loro.Per questo, la Costituzione all’art. 47 prevede che la Repubblica debba favorire il diritto alla proprietà dell’abitazione, con misure che possano aiutare le persone più bisognose ad avere un alloggio in proprietà e, quindi, rendendo concreto questo diritto. In più occasioni la Corte Costituzionale ha affermato che rientra, tra i compiti della Repubblica, quello di favorire l’accesso alla abitazione ai cittadini più deboli. La difficoltà di avere una casa costituisce insomma una delle preoccupazioni alle quali le amministrazioni pubbliche devono offrire risposte efficaci, in particolare attraverso i piani di edilizia economica e popolare. I riferimenti costituzionali del diritto alla casa” sono gli art. 2, 3 e 32. Infatti le politiche legislative in materia abitativa sono basate sulla tutela dei diritti inviolabili della persona, tutela che è strettamente legata ai compiti che lo Stato ha nel rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale. Nella Carta dei valori, della cittadinanza e dell’ integrazione dell’ aprile 2007 viene affermato “L’Italia è impegnata perché tutti possano fruire di una abitazione adeguata ai bisogni della propria famiglia e a costi ragionevoli".
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lunedì 22 giugno 2009
"Abitavo nella Casa dello Studente,chiedo giustizia"
Si chiama Giada,è della provincia di Pesaro,e la notte del 6 aprile 2009, era a L’Aquila. Abitava nella Casa dello Studente (quella che la sera del sisma si è trasformata in un cumulo di macerie), ma quando c’è stata la terribile scossa delle 3.30, Giada non era ancora rientrata perché era a casa di amici per una spaghettata. Si è salvata per caso: “La ragazza che abitava nella camera di fronte alla mia -ricorda Giada- non è stata altrettanto fortunata ed è morta”.
Giada, come tantissimi studenti iscritti all’Università de L’Aquila, si è rivolta all’avvocato Floro Bisello, presidente regionale di una associazione di consumatori, per avere giustizia: per sé e per i ragazzi che non ci sono più.
“Chiedo giustizia: noi studenti più volte avevamo segnalato -ribadisce Giada- la comparsa sui muri di alcune crepe. Ci hanno sempre risposto che non dovevamo preoccuparci perché la struttura era antisismica”.
Finora l’avvocato Bisello sta seguendo una quarantina di studenti che hanno deciso di presentare denuncia- querela con l’obiettivo di individuare le responsabilità di chi “ha sottovalutato le segnalazioni degli studenti sulle tante anomalie presenti nella Casa dello Studente”.
In particolare nelle denunce-querele si fa riferimento alla segnalazione da parte degli studenti della “comparsa di grosse macchie d’umidità su una delle colonne portanti della sala mensa che avevano provocato la caduta dell’intonaco e la fuoriuscita di acqua che si riversava sul pavimento. Invece di prendere provvedimenti -si legge nella denuncia querela- la colonna venne avvolta con del nastro bianco e rosso”.
A questo si aggiunge che gli studenti sopravvissuti hanno perso libri, materiale didattico, effetti personali e che le lezioni sono state sospese.
Giada che è iscritta a Scienze dell’Investigazione, corso di laurea di Scienze della Formazione, ha intenzione di rimanere a L’Aquila anche perché è difficile trovare lo stesso corso in un'altra università.
Non solo: gli studenti devono cercare di recuperare la cauzione di 450 euro che ogni di loro doveva pagare prima di entrare nella Casa dello Studente.
“Purtroppo -commenta l’avvocato Bisello- si è trattato di crolli annunciati. Le crepe esistevano già prima delle 3.32 del 6 aprile, prima della scossa e della strage di ragazzi".
Per gli studenti il pilastro portante di cui si parla nelle denunce depositate era il tallone d'Achille del palazzo, segnalato chissà quante volte ai responsabili della Casa dello studente che però, interrogati dalla polizia, lo hanno negato.
Le prove ci sono perché è stata rinvenuta una piantina salvata da uno studente che diventerà una prova contro chi ha aiutato il terremoto a creare i crolli”..
Giada, come tantissimi studenti iscritti all’Università de L’Aquila, si è rivolta all’avvocato Floro Bisello, presidente regionale di una associazione di consumatori, per avere giustizia: per sé e per i ragazzi che non ci sono più.
“Chiedo giustizia: noi studenti più volte avevamo segnalato -ribadisce Giada- la comparsa sui muri di alcune crepe. Ci hanno sempre risposto che non dovevamo preoccuparci perché la struttura era antisismica”.
Finora l’avvocato Bisello sta seguendo una quarantina di studenti che hanno deciso di presentare denuncia- querela con l’obiettivo di individuare le responsabilità di chi “ha sottovalutato le segnalazioni degli studenti sulle tante anomalie presenti nella Casa dello Studente”.
In particolare nelle denunce-querele si fa riferimento alla segnalazione da parte degli studenti della “comparsa di grosse macchie d’umidità su una delle colonne portanti della sala mensa che avevano provocato la caduta dell’intonaco e la fuoriuscita di acqua che si riversava sul pavimento. Invece di prendere provvedimenti -si legge nella denuncia querela- la colonna venne avvolta con del nastro bianco e rosso”.
A questo si aggiunge che gli studenti sopravvissuti hanno perso libri, materiale didattico, effetti personali e che le lezioni sono state sospese.
Giada che è iscritta a Scienze dell’Investigazione, corso di laurea di Scienze della Formazione, ha intenzione di rimanere a L’Aquila anche perché è difficile trovare lo stesso corso in un'altra università.
Non solo: gli studenti devono cercare di recuperare la cauzione di 450 euro che ogni di loro doveva pagare prima di entrare nella Casa dello Studente.
“Purtroppo -commenta l’avvocato Bisello- si è trattato di crolli annunciati. Le crepe esistevano già prima delle 3.32 del 6 aprile, prima della scossa e della strage di ragazzi".
Per gli studenti il pilastro portante di cui si parla nelle denunce depositate era il tallone d'Achille del palazzo, segnalato chissà quante volte ai responsabili della Casa dello studente che però, interrogati dalla polizia, lo hanno negato.
Le prove ci sono perché è stata rinvenuta una piantina salvata da uno studente che diventerà una prova contro chi ha aiutato il terremoto a creare i crolli”..
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domenica 21 giugno 2009
Il reddito minimo in Europa
a cura di Sandro Gobetti (Ricercatore sociale, redattore della rivista Infoxoa, ideatore e curatore di ricerche e saggi sui modelli europei di welfare e le trasformazioni del lavoro. Responsabile dell'area di ricerca e studio per il reddito garantito presso la Regione Lazio, coordinatore BIN Report e comunicazione)
Un confronto tra diversi modelli di reddito minimo tra Italia ed Europa
In Belgio è chiamato minimax, è un diritto individuale, garantisce un reddito minimo di circa 650 euro a chi non dispone di risorse sufficienti per vivere. Ne può usufruire chiunque, anche chi ha appena smesso di ricevere il sussidio di disoccupazione. In Lussemburgo, il revenue minimum guaranti, è definito legge universale, un riconoscimento individuale "fino al raggiungimento di una migliore condizione personale". L'importo è di 1.100 euro mensili. In Austria c'è la sozialhilfe, un minimo garantito che viene aggiunto al sostegno per il cibo, il riscaldamento, l'elettricità e l'affitto per la casa. In Norvegia c'è lo Stønad til livsopphold, letteralmente "reddito di esistenza", erogato a titolo individuale senza condizione di età, con un importo mensile di oltre 500 euro e la copertura delle spese d'alloggio ed elettricità. In Olanda si chiama Beinstand, è un diritto individuale e si accompagna al sostegno all'affitto, ai trasporti per gli studenti, all'accesso alla cultura. Sempre in Olanda c'è il Wik, un reddito di 500 euro destinato agli artisti per "permettergli di avere tempo di fare arte".
Insomma, senza fare il giro di tutti i paesi europei, è evidente la lontananza italiana da quell'Europa, che ha affrontato il tema della protezione sociale e del reddito garantito.
Sono forme di intervento diversificate tanto che oggi possiamo parlare di 4 diversi modelli: quello centro europeo, che vede paesi come Belgio e Olanda attuare queste forme già dagli anni settanta del novecento; il modello anglosassone, che ha nella sua specificità le ristrettezze dettate dal means test, che alcuni definiscono forma di controllo vero e proprio sugli individui percettori; quello scandinavo che prevede un ampio ventaglio di interventi sociali tra i quali il sostegno al reddito è uno dei capisaldi.
Ed infine il modello mediterraneo, che vede l'Italia e la Grecia essere gli unici due paesi in Europa a non avere alcuna forma di reddito minimo. Anche la Spagna ha avviato un dibattito nazionale che và nella direzione di proporre forme di reddito sociale.
Per non fare la figura degli esterofili, và detto che queste forme di protezione sociale hanno ciascuna alcune contraddizioni. Il fatto che molti di questi modelli di welfare si siano trasformati in workfare, in cui esiste l'obbligo per i beneficiari ad accettare qualsiasi lavoro pena la sospensione del benefit, porta con se alcune conseguenze come quella di nutrire una grossa fascia di lavori a bassa qualificazione. In questo senso, ad esempio in Belgio, si sono definite delle forme di congruità, in cui un beneficiario del reddito minimo può rifiutare il lavoro offerto se non è congruo al suo inquadramento professionale precedente o alla sua formazione; una sorta di riconoscimento delle competenze acquisite che frena il ribasso professionale e salariale. Così come il means test di fattura inglese, rischia di essere più una forma di controllo che di assistenza sociale. Bisogna però dire che il sostegno al reddito, le forme di protezione sociale, permettono tempi di vita sicuramente diversi e permettono ai cittadini di affrontare la propria quotidianità in modo sicuramente meno pressante e vessatorio.
Il tema del reddito garantito, minimo, di base, di cittadinanza è una delle centralità del dibattito internazionale. Non ultimo, il presidente boliviano Evo Morales, lo pone come una delle riforme cardine, tanto che stà istituendo una legge che garantisce un minimo vitale a tutte le persone sopra i 60 anni e per un paese come la Bolivia questa è più di una buona notizia.
Il tema quindi è di quelli centrali. Le nuove garanzie sociali a fronte delle trasformazioni produttive e del mercato del lavoro, la questione della precarietà e dei diritti sul lavoro e oltre il lavoro, la questione della redistribuzione della ricchezza, la lotta alle nuove povertà ritornano con vigore nel dibattito generale. Anche Prodi, sui giornali, rilancia l'idea di un reddito minimo di cittadinanza e, dopo l'esperienza campana, anche il Lazio stà approntando una legge che và nella direzione di formalizzare un reddito sociale garantito.
Il dibattito intorno a questo tema attraversa diversi ambienti, l'economista Tito Boeri propone un reddito minimo a fronte di una maggiore flessibilità, altri come Van Parijs o Guy Standing rilanciano da anni un basic income per tutti come riconoscimento della produzione oltre il lavoro formale e per la creazione di un modello di welfare attivo a partire da una nuova idea di tempo liberato.
Non ultimi i movimenti sociali che in questi anni, con le mayday, le manifestazioni nazionali per il reddito per tutti e con lo sciopero generale e generalizzato dello scorso novembre, pongono la questione dei diritti sul lavoro e oltre il lavoro: verso la rivendicazione di un reddito garantito.
Nessuno sotto questo punto di vista è stato fermo e questo tema attraverso l'Europa intera. Eppure il rischio è che proprio la politica stenti a dare risposte immediate. Il rischio è di diluire il tema in rivoli infinitesimali, mentre il mercato risponde con i 4x2 per il rilancio dei consumi, con i finanziamenti fino a trentamila euro anche per chi è pignorato, suggerisce di accedere a forme di credito per acquistare il telefonino o pagare la vacanza, la lavatrice o il mutuo di casa. Il rischio di una risposta del mercato alle nuove esigenze emergenti produce un' economia drogata ed una popolazione sotto continuo ricatto: oltre a quello del lavoro precario, quello del basso salario, anche quello dei soldi, o meglio, degli interessi, da restituire. In Italia c'è una buona percentuale di cittadini indebitati proprio perché ricorrono spesso a finanziamenti per affrontare il loro quotidiano.
Anche Eurostat lancia l'allarme e avverte "che senza massicci interventi di protezione sociale, l'Italia, con i suoi 11 milioni di poveri, rischia nei prossimi anni di vedere il 42% della popolazione rimanere sotto la soglia di povertà".
Sempre secondo Eurostat (dati 2005) l'Italia spende per il contrasto alla disoccupazione lo 0,4% del Pil contro una media UE del 2,2% e del 3% della sola Germania; per i giovani disoccupati con meno di 25 anni il tasso di copertura, di sostegno al reddito, è dello 0,65% italiano contro il 57% del regno Unito, il 53% della Danimarca ed il 51% del Belgio (dati ItaliaLavoro) e questo malgrado sia aumentata in Italia la zona grigia di chi, tra gli under 25, non cerca più lavoro, non fà formazione, non và più a scuola: oltre 800.000 giovani. Questo dato è aggravato dal fatto che se tra il 1991 e il 1997 la probabilità per un giovane di trovare lavoro a tempo indeterminato era del 40%, oggi si è ridotta al 25%. Secondo una ricerca della Provincia di Roma (2006), la nostra capitale, a confronto con le altre grandi città europee, è l'unica ad avere in attivo il tasso di disoccupazione giovanile in confronto alle opportunità di occupazione. Per concludere con i dati, (Università La Sapienza su dati Inps 2006), il 15% dei precari a carattere nazionale lavorano nella capitale, il 48% sono donne e di queste il 70% denuncia di non arrivare a guadagnare più di 10.000 euro l'anno.
Il tema del reddito garantito dunque è un tema centrale e a partire dalle esperienze europee può essere rilanciato e riformulato come azione di contrasto al ricatto della precarietà, un modo per rifiutare quel contratto sottopagato appena offerto, un freno all'emergenza economica e al disagio di milioni di persone; un aiuto concreto alle famiglie dei working poor che testimoniano l'impossibilità di arrivare a fine mese, un modo per conquistare spicchi di tempo a favore di una maggiore autonomia in grado di aprire nuove opportunità, per fare nuova formazione, per acquisire nuove competenze, per inserirsi nel mercato del lavoro attraverso scelte e non solo obblighi. Sotto questo punto di vista le forme di reddito di base vigenti in molti paesi europei, che pure non vanno lette come la panacea per tutti i nostri mali, visti da quaggiù sembrano una favola.
C'è dunque bisogno di concretezza, non solo per rispondere alla trasformazioni della nostra contemporaneità, ma perchè la questione del reddito garantito in Italia, potrebbe farci sentire un pò meno cittadini europei di serie B.
Un confronto tra diversi modelli di reddito minimo tra Italia ed Europa
In Belgio è chiamato minimax, è un diritto individuale, garantisce un reddito minimo di circa 650 euro a chi non dispone di risorse sufficienti per vivere. Ne può usufruire chiunque, anche chi ha appena smesso di ricevere il sussidio di disoccupazione. In Lussemburgo, il revenue minimum guaranti, è definito legge universale, un riconoscimento individuale "fino al raggiungimento di una migliore condizione personale". L'importo è di 1.100 euro mensili. In Austria c'è la sozialhilfe, un minimo garantito che viene aggiunto al sostegno per il cibo, il riscaldamento, l'elettricità e l'affitto per la casa. In Norvegia c'è lo Stønad til livsopphold, letteralmente "reddito di esistenza", erogato a titolo individuale senza condizione di età, con un importo mensile di oltre 500 euro e la copertura delle spese d'alloggio ed elettricità. In Olanda si chiama Beinstand, è un diritto individuale e si accompagna al sostegno all'affitto, ai trasporti per gli studenti, all'accesso alla cultura. Sempre in Olanda c'è il Wik, un reddito di 500 euro destinato agli artisti per "permettergli di avere tempo di fare arte".
Insomma, senza fare il giro di tutti i paesi europei, è evidente la lontananza italiana da quell'Europa, che ha affrontato il tema della protezione sociale e del reddito garantito.
Sono forme di intervento diversificate tanto che oggi possiamo parlare di 4 diversi modelli: quello centro europeo, che vede paesi come Belgio e Olanda attuare queste forme già dagli anni settanta del novecento; il modello anglosassone, che ha nella sua specificità le ristrettezze dettate dal means test, che alcuni definiscono forma di controllo vero e proprio sugli individui percettori; quello scandinavo che prevede un ampio ventaglio di interventi sociali tra i quali il sostegno al reddito è uno dei capisaldi.
Ed infine il modello mediterraneo, che vede l'Italia e la Grecia essere gli unici due paesi in Europa a non avere alcuna forma di reddito minimo. Anche la Spagna ha avviato un dibattito nazionale che và nella direzione di proporre forme di reddito sociale.
Per non fare la figura degli esterofili, và detto che queste forme di protezione sociale hanno ciascuna alcune contraddizioni. Il fatto che molti di questi modelli di welfare si siano trasformati in workfare, in cui esiste l'obbligo per i beneficiari ad accettare qualsiasi lavoro pena la sospensione del benefit, porta con se alcune conseguenze come quella di nutrire una grossa fascia di lavori a bassa qualificazione. In questo senso, ad esempio in Belgio, si sono definite delle forme di congruità, in cui un beneficiario del reddito minimo può rifiutare il lavoro offerto se non è congruo al suo inquadramento professionale precedente o alla sua formazione; una sorta di riconoscimento delle competenze acquisite che frena il ribasso professionale e salariale. Così come il means test di fattura inglese, rischia di essere più una forma di controllo che di assistenza sociale. Bisogna però dire che il sostegno al reddito, le forme di protezione sociale, permettono tempi di vita sicuramente diversi e permettono ai cittadini di affrontare la propria quotidianità in modo sicuramente meno pressante e vessatorio.
Il tema del reddito garantito, minimo, di base, di cittadinanza è una delle centralità del dibattito internazionale. Non ultimo, il presidente boliviano Evo Morales, lo pone come una delle riforme cardine, tanto che stà istituendo una legge che garantisce un minimo vitale a tutte le persone sopra i 60 anni e per un paese come la Bolivia questa è più di una buona notizia.
Il tema quindi è di quelli centrali. Le nuove garanzie sociali a fronte delle trasformazioni produttive e del mercato del lavoro, la questione della precarietà e dei diritti sul lavoro e oltre il lavoro, la questione della redistribuzione della ricchezza, la lotta alle nuove povertà ritornano con vigore nel dibattito generale. Anche Prodi, sui giornali, rilancia l'idea di un reddito minimo di cittadinanza e, dopo l'esperienza campana, anche il Lazio stà approntando una legge che và nella direzione di formalizzare un reddito sociale garantito.
Il dibattito intorno a questo tema attraversa diversi ambienti, l'economista Tito Boeri propone un reddito minimo a fronte di una maggiore flessibilità, altri come Van Parijs o Guy Standing rilanciano da anni un basic income per tutti come riconoscimento della produzione oltre il lavoro formale e per la creazione di un modello di welfare attivo a partire da una nuova idea di tempo liberato.
Non ultimi i movimenti sociali che in questi anni, con le mayday, le manifestazioni nazionali per il reddito per tutti e con lo sciopero generale e generalizzato dello scorso novembre, pongono la questione dei diritti sul lavoro e oltre il lavoro: verso la rivendicazione di un reddito garantito.
Nessuno sotto questo punto di vista è stato fermo e questo tema attraverso l'Europa intera. Eppure il rischio è che proprio la politica stenti a dare risposte immediate. Il rischio è di diluire il tema in rivoli infinitesimali, mentre il mercato risponde con i 4x2 per il rilancio dei consumi, con i finanziamenti fino a trentamila euro anche per chi è pignorato, suggerisce di accedere a forme di credito per acquistare il telefonino o pagare la vacanza, la lavatrice o il mutuo di casa. Il rischio di una risposta del mercato alle nuove esigenze emergenti produce un' economia drogata ed una popolazione sotto continuo ricatto: oltre a quello del lavoro precario, quello del basso salario, anche quello dei soldi, o meglio, degli interessi, da restituire. In Italia c'è una buona percentuale di cittadini indebitati proprio perché ricorrono spesso a finanziamenti per affrontare il loro quotidiano.
Anche Eurostat lancia l'allarme e avverte "che senza massicci interventi di protezione sociale, l'Italia, con i suoi 11 milioni di poveri, rischia nei prossimi anni di vedere il 42% della popolazione rimanere sotto la soglia di povertà".
Sempre secondo Eurostat (dati 2005) l'Italia spende per il contrasto alla disoccupazione lo 0,4% del Pil contro una media UE del 2,2% e del 3% della sola Germania; per i giovani disoccupati con meno di 25 anni il tasso di copertura, di sostegno al reddito, è dello 0,65% italiano contro il 57% del regno Unito, il 53% della Danimarca ed il 51% del Belgio (dati ItaliaLavoro) e questo malgrado sia aumentata in Italia la zona grigia di chi, tra gli under 25, non cerca più lavoro, non fà formazione, non và più a scuola: oltre 800.000 giovani. Questo dato è aggravato dal fatto che se tra il 1991 e il 1997 la probabilità per un giovane di trovare lavoro a tempo indeterminato era del 40%, oggi si è ridotta al 25%. Secondo una ricerca della Provincia di Roma (2006), la nostra capitale, a confronto con le altre grandi città europee, è l'unica ad avere in attivo il tasso di disoccupazione giovanile in confronto alle opportunità di occupazione. Per concludere con i dati, (Università La Sapienza su dati Inps 2006), il 15% dei precari a carattere nazionale lavorano nella capitale, il 48% sono donne e di queste il 70% denuncia di non arrivare a guadagnare più di 10.000 euro l'anno.
Il tema del reddito garantito dunque è un tema centrale e a partire dalle esperienze europee può essere rilanciato e riformulato come azione di contrasto al ricatto della precarietà, un modo per rifiutare quel contratto sottopagato appena offerto, un freno all'emergenza economica e al disagio di milioni di persone; un aiuto concreto alle famiglie dei working poor che testimoniano l'impossibilità di arrivare a fine mese, un modo per conquistare spicchi di tempo a favore di una maggiore autonomia in grado di aprire nuove opportunità, per fare nuova formazione, per acquisire nuove competenze, per inserirsi nel mercato del lavoro attraverso scelte e non solo obblighi. Sotto questo punto di vista le forme di reddito di base vigenti in molti paesi europei, che pure non vanno lette come la panacea per tutti i nostri mali, visti da quaggiù sembrano una favola.
C'è dunque bisogno di concretezza, non solo per rispondere alla trasformazioni della nostra contemporaneità, ma perchè la questione del reddito garantito in Italia, potrebbe farci sentire un pò meno cittadini europei di serie B.
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sabato 20 giugno 2009
Studenti dell' AFAM chiedono rappresentanza sociale e reddito
Dopo le riforme ammazza Conservatori e Accademie,l'aumento delle tasse per gli studenti, i tagli al salario accessorio dei dipendenti, il Governo, in un silenzio assordante, dimentica di finanziare finanche il necessario per sopravvivere. Niente soldi sul contratto, niente finanziamenti sulla riforma, ulteriori tagli sul finanziamento riportando il Comparto a livelli di sofferenza maggiore rispetto al passato. Un comparto che dovrebbe in teoria rappresentare un vanto per questo Paese,si trova in nette difficoltà economico-finanziarie e in rischio chiusura.In più la beffa di non poter usufruire di nessun rappresentante agli organi istituzionali, GLI STUDENTI CHIEDONO INTERVENTI CONCRETI-REDDITO-E CONSIDERAZIONE ad un sistema che vede la conoscenza come speculazione e azienda profit. Di seguito il comunicato degli Student* AFAM sulle elezioni/farsa del cda Laziodisu e piena solidarietà da parte degli studenti degli Studentati che condividono con i fratelli dell'alta formazione artistica e musicale la ricerca di un nuovo modello di sviluppo,auoriforma del diritto allo studio,un sapere libero e la richiesta incessante di Reddito.
Il 17 Giugno 2009 si sono svolte le elezioni per la rappresentanza studentesca nel C.D.A. del Laziodisu regionale e la lista dell'AFAM Lazio, *STUDENT* AFAM ha ricevuto 111 voti dei 147 voti espressi dalle istituzioni dell'alta formazione, registrando così una grande vittoria politica.
Un grande risultato di unità e compattezza che sottolinea ancora una volta, ciò che rivendichiamo da tempo, la pari dignità e diritti con gli studenti universitari anche se minoranza numerica ma in quanto apice della cultura artistica, musicale e coreutica del paese.
La discrepanza è palese un sistema di alta qualità come quello dell'AFAM non potrà mai avere gli stessi numeri dell'università proprio per la sua peculiarità e sarebbe una sciocchezza pensarlo. Questo regolamento elettorale penalizzando i voti dell'afam rispetto all'univerità nega con 111 voti un membro nel CDA, destinando gli studenti dell'AFAM ad essere studenti di serie B e a non poter mai essere rappresentati.
Nel nostro comparto non ci sono mai state liste partitiche ma solo liste di intenti, non vogliamo dover scegliere tra emanazioni dei partiti nazionali.
Anche se strutturalmente minoranza crediamo che la democrazia non possa essere dittatura della maggioranza ma osmosi e contaminazione del pensiero e incontro fra le diversità. Continueremo a rivendicare mense accessibili, un ediliza pubblica speciale per gli artisti e i musicisti, un reddito di formazione che garantisca anche un sistema integrato di servizi e borse di studio in denaro ma sopratutto accesso alla cultura, a cui contribuiamo sensibilmente.
Il 17 Giugno 2009 si sono svolte le elezioni per la rappresentanza studentesca nel C.D.A. del Laziodisu regionale e la lista dell'AFAM Lazio, *STUDENT* AFAM ha ricevuto 111 voti dei 147 voti espressi dalle istituzioni dell'alta formazione, registrando così una grande vittoria politica.Un grande risultato di unità e compattezza che sottolinea ancora una volta, ciò che rivendichiamo da tempo, la pari dignità e diritti con gli studenti universitari anche se minoranza numerica ma in quanto apice della cultura artistica, musicale e coreutica del paese.
La discrepanza è palese un sistema di alta qualità come quello dell'AFAM non potrà mai avere gli stessi numeri dell'università proprio per la sua peculiarità e sarebbe una sciocchezza pensarlo. Questo regolamento elettorale penalizzando i voti dell'afam rispetto all'univerità nega con 111 voti un membro nel CDA, destinando gli studenti dell'AFAM ad essere studenti di serie B e a non poter mai essere rappresentati.
Nel nostro comparto non ci sono mai state liste partitiche ma solo liste di intenti, non vogliamo dover scegliere tra emanazioni dei partiti nazionali.
Anche se strutturalmente minoranza crediamo che la democrazia non possa essere dittatura della maggioranza ma osmosi e contaminazione del pensiero e incontro fra le diversità. Continueremo a rivendicare mense accessibili, un ediliza pubblica speciale per gli artisti e i musicisti, un reddito di formazione che garantisca anche un sistema integrato di servizi e borse di studio in denaro ma sopratutto accesso alla cultura, a cui contribuiamo sensibilmente.
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