giovedì 8 ottobre 2009

Commissione europea avvia azione legale contro l'Italia per l'assegnazione delle case per studenti

Case dello studente, la Commissione europea: l'Italia discrimina gli universitari stranieri

La Commissione europea ha avviato un'azione legale contro l'Italia, richiamandola a impedire che sul suo territorio gli studenti universitari di altri Paesi Ue siano discriminati nell'assegnazione degli alloggi universitari a vantaggio di quelli italiani o che in Italia vivono da più tempo.
Tutto è nato da un ricorso alla Commissione Ue contro il provvedimento con cui la provincia di Sondrio ha indetto un concorso per l'assegnazione di appartamenti ad affitto agevolato a studenti universitari "basato su due condizioni discriminatorie: essere cittadino italiano e aver risieduto nel territorio nel quinquennio precedente".
Oggi la Commissione, come spiega una nota, invierà una lettera di costituzione in mora alle autorità italiane che hanno due mesi per rispondere, come prevede il primo passo della procedura di infrazione. Il Commissario responsabile per l'Occupazione e gli Affari sociali Vladimir Spidla spiega che "la libera circolazione delle persone è un principio fondamentale dell'Ue ed assicura che i cittadini non siano discriminati sulla base della nazionalità.
Un finanziamento degli studi concesso agli studenti sotto forma di agevolazione abitativa è un vantaggio sociale che deve essere garantito senza discriminazione nei confronti dei lavoratori migranti e dei loro figli. L'Italia - conclude il Commissario - deve modificare la sua normativa e deve rispettare il diritto alla parità di trattamento".

lunedì 13 luglio 2009

La democrazia "anomala"

di Omid Firouzi

Sarà proprio sulle rovine di questa crisi inevitabile che l'Onda Anomala porterà avanti senza paura la sua idea di democrazia, all'insegna della libertà, dell'autonomia...
7 / 7 / 2009
Per anni ci hanno insegnato nelle scuole e nelle università che i tratti che disinguono una democrazia sono la libertà di pensare, di poter scegliere in autonomia i propri percorsi di vita nel rispetto delle idee altrui e la possibilità di avere gli strumenti per effettuare tale scelta. Ci hanno sempre ripetuto che chi detiene il potere ha il compito di ascoltare tutte le voci che si alzano dalle pieghe della società e il dovere di tentare di interagire con le contraddizioni e i conflitti con gli strumenti del confronto politico, anche duro, e della mediazione. Una democrazia è tale soprattutto se i pensieri, le propensioni comportamentali, le aspirazioni soggettive e le rivendicazioni politche, anche quelle delle minoranze, sono rispettate e ritenute in qualche modo legittime. Questo ci hanno sempre detto. Oggi, guardando a quello che succede in Italia, mi chiedo se qualcuno abbia la sensazione di trovarsi in una vera democrazia.
Pendiamo in esame tre questioni di grande attualità: il lavoro, l'immigrazione e l'istruzione.
Per quanto riguarda il lavoro nessuno può negare che, in questi tempi di crisi, la precarietà diffusa, dovuta all'imporsi di nuove forme contrattuali chiaramente discriminatorie per gran parte dei lavoratori e una generale distribuzione della ricchezza marcatamente diseguale, portano molti lavoratori e disoccupati a rivendicare migliori condizioni salariali e un erogazione di reddito in grado di aprire possibilità di vita dignitose. Ebbene di fronte a questa legittima domanda sociale la reazione governativa è da una parte il tentativo di non considerare neppure l'emersione di nuove forme di lavoro e sfruttamento, e quindi lesistenza della rivendicazione di nuovi diritti, e dall'altra di attaccare penalmente il diritto allo sciopero. Delegittimare e criminalizzare dunque.
Sul terreno dell'immigrazione le cose stanno di fonte a tutti. Il pacchetto sicurezza, e in particolar modo l'introduzione del reato di imigrazione clandestina, sancisce definitivamente il disinteresse del governo nell'affrontare questa questione con politiche sociali e con nuovi progetti di integrazione nel rispetto dei diritti e dell'autonomia dei migranti e insiste con la strategia della criminalizzazione e dell'utilizzo dello strumento penale e repressivo. Una politica che riproduce inevitabilmente discriminazione verso migliaia di persone e una cultura di paura, sospetto e diffidenza per la società intera. Arriviamo ora ai fatti di questi giorni e qundi alla questione della formazione.
Erano anni che presentavamo le nostre critiche alla riforma 3+2, voluta ricordiamo dal centro-sinistra, parlando di de-qualificazione dei saperi, di liceizzazione e di aziendalizzazione dell'università. Quando la Gelmini e in generale il governo Berlusconi hanno palesato il loro progetto si è scatenata una diffusa contestazione sociale. Tutto avvenuto alla luce del sole. Abbiamo espresso la nostra preoccupazione verso quello che sembrava uno smantellamento vero e proprio dell'università pubblica, data la consistenza dei tagli e la previsione della creazione delle fondazioni universitarie e abbiamo dato vita a questa legittima preoccupazione con una legittima contestazione.
Assemblee, cortei come quello di Roma a cui hanno partecipato centinaia di miglia di persone, blocchi stradali e occupazioni in tutta Italia hanno dunque tradotto politicamente, senza violenza alcuna e con determinazione, una legittima domanda sociale che si alzava da tutto il paese.
Abbiamo in mente la costruzione du un'università pubblica adeguatamente finanziata dove i protagonisti siano sapere critico, cultura libera e ricerca "autonoma". Tutto al servizio della nostra voglia di conoscere la realtà sociale contemporanea e, perchè no, magari di poterla trasformare. Questo abbiamo detto e fatto per mesi. E lo rivendichiamo come giusto e legittimo. La risposta è stata banale, scontata e per certi versi "coerente". I presidi e i rettori, gli stessi che appoggiavano la protesta, hanno smesso di parlare con noi appena abbiamo denunciato gli interessi feudali e i poteri baronali presenti in molti atenei. Sono arrivate le prime denunce e le prime cariche quando la mobilitazione ha dimostrato in qualità, tenuta e partecipazione di non essere la solita e rituale agitazione autunnale.
Le facoltà hanno cominciato a sgomberare le aule autogestite che per settimane hanno portato una ventata di partecipazione degli studenti alla vita universià e alla produzione e trasmissione del sapere e alcuni presidi hanno cominciato a negare le autorizzazioni per far svolgere conferenze e seminari di autoformazione. Questione di ordine pubblico ci hanno detto. Infine, quando le lotte di studenti e ricercatori hanno cominciato a interagire con altre mobiliazioni diffuse sul territorio, quando insomma abbiamo cominciato a capire che la formula "moltitudinaria" che aveva caratterizzato il movimento dell'Onda poteva rappresentare una ricchezza importante da spendere in diversi terreni di lotta e rivendicazione, allora puntuale è arrivato il colpo di spada del Leviatano.
"Non abbiamo un granchè a livello di prove ma i soggetti arrestati preventivamente avrebbero potuto partecipare alle mobilitazioni del G8 all'Acquila": questo dicono nelle motivazioni dalla procura di Torino. Ecco quindi di nuovo la formula collaudata. Non riconoscere l'esistenza di un certo conflitto sociale, ignorarla e poi trasformarla in questione di sicurezza e ordine pubblico e infine criminalizzarla colpendo un pò a caso un pò miratamente le persone che l'hanno fatta emergere. Colpire i "cattivi" per intimidire i "buoni". Dividere laddove la messa in rete delle differenze aveva rappresentato un punto di forza. Produrre allarmi sociali e nemici pubblici per mistificare la realtà.
E' questa la strategia del governo per affontare una crisi economica e poltica che sta mettendo in discussione le basi stesse di una democrazia sempre più logorata, sempre più violentata, sempre più anomala.
Niente piagnistei però. Sarà proprio sulle rovine di questa crisi inevitabile che l'Onda Anomala porterà avanti senza paura la sua idea di democrazia, all'insegna della libertà, dell'autonomia e della partecipazione vera di tutti alla vita sociale del paese.

giovedì 9 luglio 2009

Peppe Mariani: "Senza diritto alla casa non c'è diritto allo studio"

ROMA, 8 LUG - Pieno sostegno all’occupazione abitativa degli studenti dell’onda. - è quanto fa sapere in una nota Peppe Mariani, Presidente della Commissione Lavoro, Politiche Giovanili, Pari Opportunità e Politiche Sociali.Appena mi hanno avvertito sono andato in via fortebraccio al quartiere Pigneto dove gli studenti hanno occupato. Questa azione denuncia lo stato di grave difficoltà in cui vivono gli studenti di questa città. Nonostante i tentativi della stessa Regione Lazio di calmierare gli affitti per garantire il diritto alla casa agli studenti, – continua Mariani – il mercato immobiliare rimane una giungla selvaggia costituita da affitti in nero ed inaccessibili. Questa situazione fa sì che i giovani non ottengano mai l’autonomia e l’indipendenza dalle proprie famiglie. Senza il diritto alla casa viene precluso anche il diritto allo studio, soprattutto per gli studenti fuori sede.In particolare – prosegue Mariani – apprendo che il palazzetto occupato oggi, proprietà di un privato, e rimasto in disuso per più di 10 anni in un quartiere come il Pigneto, simbolo di una sfrenata speculazione immobiliare. Per questo motivo - conclude Mariani– non solo sostengo la protesta e la denuncia degli studenti, ma chiederò di costituire un tavolo di trattativa tra il privato stesso, il comune di Roma e la Regione Lazio, responsabile primaria del diritto allo studio, del diritto alla casa e dei diritti sociali per gli studenti. Su questo fronte si è fatto ancora troppo poco. E’ fondamentale dare ascolto agli studenti dell’onda per avviare una stagione di politiche più incisive su queste problematiche.

Nasce POINT BREAK - Studentato occupato da Crew in Onda

Lo studentato occupato da Crew in OndaRoma
Oggi, 8 luglio 2009,nel pieno pomeriggio un centinaio di studenti della Sapienza del progetto CREW in Onda ha occupato un palazzo abbandonato da quasi dieci anni per farne uno spazio abitativo per studenti: nasce lo Studentato Occupato Point Break, in via Fortebraccio 30 nel quartiere Pigneto; occupazione che ha luogo in un quartiere abitato da studenti e migranti costretti a pagare 300 o 400 euro per una piccola stanza, attraversata dai flussi serali giovanili e da diverse esperienza culturali e sociali.
Oggi lanciamo la campagna "50 euro possono bastare", e dunque diciamo subito che è solo l'inizio e che noi non siamo disposti a pagare di più per una stanza!
Ottima la risposta del quartiere, la gente della via applaude l'iniziativa, gli studenti stanno volantinando in tutto il quartiere spiegando le ragioni dell'azione.
E' stata convocata per venerdi 10 luglio ore 18 un'assemblea pubblica presso la nuova occupazione.
Oggi ore 19 - aperitivo sociale

Point Break occupazione di Crew in Onda
Point Break è una risposta alla crisi che da mesi si abbatte sulle condizioni di vita di giovani, studenti e precari. Point Break nasce fra le pieghe dell'Onda, sulla scia di quel movimento che, partendo dalle università e dalle scuole, è riuscito a mettere in campo un’opposizione vera alle politiche di dismissione dell’università e della scuola. Point Break è una risposta alla precarietà diffusa che attanaglia la vita dei giovani, all’impossibilità di poter avere accesso al reddito, alla formazione, alla felicità. Point Break è la riappropriazione di uno spazio per farne una sperimentazione nuova, il tentativo di costruire un nuovo welfare a partire dal basso, dalla produzione comune di risorse, immaginazione, intelligenza.Point Break è una risposta agli affitti insostenibili, a chi ci chiama ospiti e ci fa pagare 500 euro al mese. Point Break è una risposta all’Adisu e alla sua incapacità di rispondere all’esigenze di studenti in sede e fuori sede. Point Break è una risposta al governo della Sapienza e al suo piano edilizio folle che vuole sostituire l'università ai privati nella speculazione degli affitti. Point Break é contro la rendita, i palazzi sfitti, le case vuote e il piano casa del governo che ci vuole far dormire nella veranda condonata dei genitori.Point Break è il punto più alto dell’Onda, quello della rottura degli schemi che ci vogliono ospiti, precari, clandestini. Point Break da oggi è al Pigneto, un quartiere giovane, multiculturale e aperto, ma presto sarà in tutta la città. Point Break da oggi è uno studentato autogestito, comune, che nasce dal desiderio di autonomia dei giovani studenti e precari dell’Onda romana. Uno stabile strappato alla speculazione e restituito alla città.Noi ci mettiamo le nostre intelligenze, i nostri desideri e cinquanta euro al mese...il resto è responsabilità delle istituzioni!
C.Re.W. - Sapienza in Onda
Block G8 Liberi/e Tutti/e











lunedì 6 luglio 2009

Comunicato di solidarietà della Sapienza in Onda. Dal Rettorato occupato per protestare contro gli arresti

Nella notte tra il 5 e il 6 luglio, le forze dell’ordine sotto il comando della Questura di Torino hanno perquisito e arrestato 21 persone: 12 a Torino, 4 a Bologna, 3 a Padova, uno a Milano e uno a Napoli. Inoltre, è stata fatta irruzione nel Centro Sociale Askatasuna di Torino e alla Festa di Radio Sherwood a Padova.Azioni intollerabili e intimidatorie, coperte dal ministro razzista Maroni che promette il g8 più pacificato nella storia di questo summit. Azioni contro chi ha inondato le strade, occupato le università, bloccato il traffico, per rivendicare i propri diritti contro le politiche folli di questo governo. Azioni contro chi ha contestato il g8 dei rettori delle università in modo determinato ed intelligente. Questa notte, nella settimana di contestazione al g8, un giorno prima dell’arrivo dei grandi, si decide di far scattare l’ennesima azione di polizia per reprimere chi ha deciso di non assoggettarsi alle logiche dell’efficienza e dell’economicità imposte nell’università come nelle nostre vite.
Il corpo vivo dell’università, delle lotte su formazione e precarietà non si arresta!Per questo oggi a Roma, come a Venezia e Bologna, stiamo occupando i rettorati e le facoltà richiedendo con forza una presa di posizione netta alle istituzioni universitarire contro gli arresti, la criminalizzazione del movimento dell’onda e la chiusura degli spazi di libertà e dissenso.
Tutto ciò avviene in un quadro di criminalizzazione diffusa e di continui atti intimidatori nei confronti dei movimenti: nella giornata di sabato, infatti, sono stati perquisiti tutti i pullman ed i treni che cercavano di raggiungere Vicenza per partecipare alla manifestazione indetta contro la costruzione della base americana. Il giorno successivo, in occasione della fiaccolata che chiedeva verità e giustizia sul terremoto, L’Aquila è stata letteralmente militarizzata attraverso l’istituzione di check-point e l’obbligo di mostrare i documenti.…Se avete deciso di non farci dormire venendo nelle nostre case, nei nostri luoghi, arrestando i nostri compagni durante la notte, allora avete deciso di non dormire più neanche voi!


L’ONDA PERFETTA NON SI ARRESTA- LIBERI TUTT@!

Sapienza_in Onda

venerdì 3 luglio 2009

Per un nuovo welfare contro la crisi - dossier e inchiesta sulla casa


Scarica qui in pdf il dossier Crew in Onda "Per un nuovo welfare contro la crisi"

Indice del dossier:

Intro e prima parte:
- Inchiesta sugli affitti in nero e le condizioni abitative degli studenti nella metropoli (pag.2)
-Conflitto sociale all'interno degli Studentati romani (pag.3)
-Un nuovo welfare oltre il diritto allo studio (pag 5)
- Speculazione e rendita, modificazione territorio e affitti in nero (pag.6)

Seconda parte:
- C.Re.W.in Onda per un nuovo welfare contro la crisi:
- Accesso alla cultura (pag.8)
- Casa (pag.9)
- Reddito e nuovo welfare (pag.10)
- Nuovo welfare contro il debito (pag.12)

Scarica qui in pdf l'inchiesta sul tema della casa a cura di Crew - Questionario - Surf the crisis,belong to Crew!

domenica 28 giugno 2009

30/06 C.Re.W. in Onda PARTY - Facoltà di Scienze Politiche (La Sapienza)

h11:00 (sala professori)

IL RAPPORTO TRA I MOVIMENTI E MEDIA
dibattito con Lucia Annunziata


h 17:30 (sala professori)

ASSEMBLEA PUBBLICA "PER UN NUOVO WELFARE:PRESENTAZIONE PROGETTO C.RE.W. "
sono invitati a partecipare tutti i movimenti di lotta per la casa,comune,regione e istituzioni universitarie.
dalle h 21 DanceHall contro la crisi
+Black Son +Manlio +CarmRoots and Melody Roots sound system

Welfare, Casa e Reddito per Tutt*

Di seguito l'appello a tutte le Facoltà in Onda
“Dopo il G8 di Torino: il rapporto tra media e movimenti”

Abbiamo deciso di costruire questo incontro, come studenti dell'Onda, a seguito delle straordinarie giornate torinesi, quando migliaia di studenti da tutta Italia hanno raggiunto Torino per contestare il G8 University Summit, organizzato dai rettori italiani. A seguito di quell'evento, il nostro entusiasmo, derivante dall'aver costruito e condiviso una straordinaria esperienza collettiva di lotta, era commistionato ad una forte indignazione prodotta dalla lettura dei giornali: un coro unanime di condanna, dal Corriere a Repubblica fino al Manifesto, ha tentato di distorcere i fatti, di dividere l'Onda, di perimetrare buoni e cattivi, di definire delle etichettature politiche tanto insulse quanto inattuali.Col senno di poi, tutti sappiamo che la strategia della stampa main stream ha girato a vuoto: l'Onda, in tutte gli atenei, ha condiviso e rivendicato pubblicamente ciò che ha praticato, utilizzando gli strumenti di comunicazione indipendenti e i social network per restituire la verità dei fatti. Gli stessi rettori organizzatori del Summit hanno dovuto ammettere le loro responsabilità per aver costruito un vertice privo di qualsiasi legittimità, provando goffamente a giustificarle come un “difetto di comunicazione”. Dopo qualche giorno fu annunciato che il G8 della Scienza, previsto per il 22 giugno a Monza, era stato annullato per timore di ripetere gli stessi errori.Resta però aperto il problema della stampa italiana e del rapporto tra questa ed i movimenti sociali: quella stessa stampa che erge barricate quando il Presidente del Consiglio la definisce eversiva e che comprende, giustifica, a volte addirittura elogia, i fenomeni di insubordinazione quando questi accadono al di là dei confini del nostro paese - vedi Repubblica sulla rivolta in Grecia, sui sequestri dei manager in Francia e di recente sulla rivolta iraniana - e che condanna e criminalizza invece ciò che accade in Italia. Un problema aperto, che si ripropone ogni qual volta gli assetti di potere, in un paese come il nostro, a democrazia bloccata, vengono messi in crisi non da dissidi interni alle stesse istituzioni, ma dall'apertura di nuovi conflitti costituenti. Di questo vogliamo discutere con Lucia Annunziata, giornalista che, dopo i fatti di Torino, ha rappresentato una delle poche voci fuori dal coro.

Per un nuovo welfare – Presentazione del progetto C.Re.W.


Ancora una volta La Sapienza diviene spazio di confronto pubblico e conflittuale aperto alle istituzione e le realtà cittadine che animano la città di Roma. Un appuntamento, quello di martedì 30 giugno a Sc. Politiche, che vedrà la presentazione del progetto C.Re.W. (Casa Reddito Welfare) nato dall’assemblea d’ateneo e che vive nelle Facoltà in Onda della Sapienza. Un progetto di inchiesta autoformazione e riflessione teorica attorno alle possibilità di costruire, a partire dai movimenti una risposta reale alla crisi.

Casa, Reddito e Welfare: tre tematiche che tengono ben presente la stretta interdipendenza tra l’università e metropoli; con la prima che rende viva, ricca e produttiva la seconda.
Interdipendenza che sfrutta lo studente e il giovane in generale come elemento da cui trarre maggior ricchezza, nei termini in cui esso, avendo meno tutele e garanzie, è sottoposto a un serie di spese inevitabili che vanno a inserirsi nei processi di speculazione e di rendita sui cui si basa gran parte dell’introito economico cittadino.

Ci domandiamo perciò quali siano il ruolo e le responsabilità che l’Università ricopre nel finanziare una reale possibilità di accesso ad un abitazione a prezzi giusti, bassi e atti a garantire un diritto sociale ed economico imprescindibile come quello della casa, all’interno di un sistema di welfare, che invece di mettere al centro gli individui è sempre più vincolato e fondato sulla “famiglia”.

Il dibattito attorno alla possibilità di nuove forme di welfare welfare diventa per centrale in questa fase di crisi economica: con questo intendiamo la possibilità di accesso alla ricchezza su base individuale e non assistenziale, rispondendo alla necessità di una vita fatta di indipendenza economica e non sottoposta al ricatto continuo di chi sfrutta e specula sugli studenti.

Le rivendicazioni di Crew in Onda cercano di ripensare un nuovo modo di contrattazione sociale come una possibile via d’uscita dalla crisi economica.
Un nuovo Welfare contro il debito: debito formativo, prestito d’onore, rendita , speculazione e dipendenza economica dalla famiglia infatti, sono gli scenari che si aprono come ipotetiche vie d’uscita dalla fase di recessione e di crisi del welfare state.
E’ interessante notare infatti come le risposte istituzionali sembrino rivolgersi in unica direzione: scaricare la crisi verso il basso attraverso l’istituzione di una nuova centralità del debito individuale. Dal debito in ambito dei corsi di studio e della formazione professionale, al debito per poter accedere a una preparazione universitaria sempre più dequalificata, passando per il debito nei confronti della propria famiglia.

A nostro avviso la risposta alla crisi economica dovrebbe invece passare per una ridefinizione dell’idea complessiva di welfare nel nostro paese, a partire dalla necessità di autonomia e di indipendenza di un’intera generazione, mettendo a valore quelle che sono le istanze dell’Onda e dei movimenti in generale.

C.Re.W. in Onda verso il g8 della crisi

Il G8 che si terrà tra poche settimane a l’Aquila si inserisce a nostro avviso in un contesto estremamente particolare. In queste settimane stiamo assistendo infatti ad un progressivo smascheramento delle politiche di gestione della crisi da parte del Governo, dai dati Istat sulla disoccupazione e la produttività, all’allarme di Confindustria – di certo non amica dei movimenti - sulla necessità di misure vere contro la crisi, ciò che appare evidente è che l’immobilismo di Berlusconi e Tremonti sul piano delle riforme del Welfare e su quello più generale di risposta alla crisi non stia affatto pagando. Né in termini di consenso né in termini di efficacia.Se da un lato questi mesi oltre duecentomila precari hanno perso il lavoro dall’altro assistiamo al ridursi, nel 2009, delle pensioni di anzianità. Vale a dire che la sempre più forte precarietà giovanile ricade oltre che sui giovani sulle loro famiglie, costringendo i padri a lavorare di più per tutelare i figli e in definitiva riducendo a zero le possibilità di indipendenza e autonomia dei giovani nel nostro paese. Non c’è possibilità di autonomia e indipendenza infatti, in un paese in cui l’unico ammortizzatore sociale è la pensione dei nonni o lo stipendio dei genitori.

Welfare non familista, formazione, libertà, cittadinanza per tutti, autonomia per i giovani ci sembrano essere, come studenti dell’Onda romana, le priorità di fronte alla crisi globale, non di certo le nuove politiche securitarie e razziste del governo, non di certo l’illusione di poter risolvere la crisi attraverso la semplice costruzione di un dispositivo mediatico. Il re è nudo, questo ci sentiamo di dire! Lo è di fronte alla crisi globale e lo è di fronte alla crisi abruzzese. La decisione di spostare il vertice a l’Aquila, è un’ulteriore tentativo di costruire consenso attraverso la creazione di un palcoscenico, dare risalto all’operato del governo e oscurare quei movimenti che proprio sul territorio aquilano ne stanno mettendo in crisi le politiche. Il governo cerca di risolvere la propria crisi di legittimità e di consenso collocando la riunione del g8 in una città terremotata, credendo ingenuamente di poter normalizzare il territorio aquilano.Gli appuntamenti tematici del g8 sono stati al centro di forti contestazioni proprio a partire da quei soggetti sociali messi al centro dalla crisi economica e dalle politiche governative. Migranti precari studenti lavoratori hanno contestato i g8 dislocati a partire dalle proprie esperienze e specificità territoriali. Proprio per valorizzare questa capacità di mobilitazione diffusa e radicata nei territori, nei luoghi di lavoro e nelle università, abbiamo scelto di partecipare alla contestazione diffusa e dislocata del g8, a partire dai percorsi specifici di conflitto che abbiamo costruito come Onda nel corso dell’anno. Disegnare e definire la mappa della crisi, economica e istituzionale del Paese, porre in risalto i nodi attorno ai quali si definisce l’incapacità di governo della globalizzazione a partire dai territori e dai luoghi produttivi, questa è la sfida che riguarda le giornate del vertice e che tenteremo di raccogliere tanto a Vicenza, che a Roma che a l’Aquila.Lo faremo con la convinzione che sia giunto il momento di tracciare un percorso nuovo, fatto di passioni, di desideri, di costruzione collettiva di un futuro comune attraverso le lotte e i conflitti, piuttosto che attraverso la riproposizione di vecchi schemi inservibili e superati. Essere all’altezza della situazione di fronte a questo g8 significa capire che cos’è un summit dei grandi nel pieno della crisi globale: dislocazione e decisione diretta dei movimenti sociali, questa non è una semplice risposta al g8, ma la possibilità di una costruzione comune di un’alternativa reale.Pratica dell’autonomia e dell’indipendenza per rilanciare la forma movimento, dislocazione e contestazione diffusa di fronte al g8 della crisi, questo crediamo che sia il percorso da tracciare, per questo saremo al fianco dei comitati aquilani che si battono ogni giorno sul territorio abruzzese, sostenendone scelte e pratiche di contestazione al g8.Un percorso che ci porterà al fianco del movimento No dal Molin il 4 luglio e che ci vedrà costruire le date romane del 7 e 8 luglio assieme a tutta la rete no g8. Allo stesso tempo saremo a l’Aquila, in delegazione, nella fiaccolata convocata nella notte tra il 5 e il 6 luglio dai comitati territoriali per chiedere verità e giustizia sul terremoto, e parteciperemo al forum del 7 luglio proposto dalla rete 3&32.
Noi la crisi non la paghiamo!

Sapienza in Onda - C.Re.W

giovedì 25 giugno 2009

Le politiche abitative inesistenti e la Costituzione italiana

a cura di Carmelo R Mannarà (Lab Autoriforma Adisu del Mandrione)

Una delle spese più impegnative che deve affrontare uno studente universitario fuori sede è solitamente quella dell’alloggio. Se non ha una borsa di studio oppure un posto assegnato da un ente per il diritto allo studio, allora spesso deve sostenere delle spese economiche non indifferenti.Non conosciamo quale sia la realtà nelle varie provincie italiane, per cui ci limiteremo ad accennare la situazione presente nella sede che frequentiamo,anche perchè,nel bene e nel male,è anche la nostra città: Roma,la capitale,la grande metropoli e le numerose università pubbliche e private. Per quanto riguarda gli studenti, oltra ai residenti,troviamo migliaia di fuorisede e pendolari. Giocoforza i fuorisede devono necessariamente prendere un alloggio in affitto,l’ADISU dispone di un ridotto numero di posti letto: solo 1.300.Da qui si può capire la situazione invivibile che devono affrontare molti studenti: sono costretti a pagare affitti assurdamente alti perché la gran parte dei proprietari degli alloggi sfrutta la grande richiesta e la contemporanea scarsa disponibilità. E a tutto questo si aggiunge anche una grossa presenza di immigrati, sia regolari che irregolari; anche queste persone cercano alloggi e spesso sono disposti anche a pagare affitti altissimi, sfruttando il fatto che poi andranno ad abitare nei locali insieme a connazionali ancora più disperati, ai quali subaffitteranno un posto letto. La grande ricerca dei poveri. Moltissimi affittuari approfittano di questa situazione e costringono gli studenti a pagare l’affitto in nero. In base a numerosissime inchieste, risulta che solo due studenti su 10 stipulano un contratto regolare! E gli affitti sono lo stesso molto alti: in media una stanza,altro che appartamento,costa 500 euro al mese, mentre una doppia si arriva a 350 euro!L’evasione fiscale degli affittuari supera abbondantemente i milioni di euro all’anno!E il bello è che per gli affitti agli studenti è obbligatorio un contratto a canone concordato che non può superare i 10,3 euro al metro quadrato.Ma nessuno degli studenti lo sa!Ma è possibile una situazione del genere? E' tollerabile che dei privati ci speculino? E' possibile che il nostro sistema non garantisca un diritto sociale inviolabile?

Come recita la nostra Costituzione (che per qualche privato un senso non c'è l'ha) lo Stato deve garantire al maggior numero possibile di cittadini un diritto sociale, quale è appunto quello dell’abitazione.Esso rientra tra i diritti inviolabili dell’uomo, riconosciuti e garantiti dall’articolo 2 della Costituzione, e trova un riconoscimento espresso nell’art. 25 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nell’art. 11 del patto internazionale dei diritti economici, sociali e culturali.L’abitazione costituisce indubbiamente, per l’ importanza che riveste nella vita di ogni uomo, un bene primario che deve essere tutelato in modo adeguato e concreto.La casa è il luogo in cui si riunisce la famiglia; in essa l’individuo cresce. I giovani che intendono, formare una nuova famiglia debbono avere a disposizione una casa per realizzare una intimo legame tra loro.Per questo, la Costituzione all’art. 47 prevede che la Repubblica debba favorire il diritto alla proprietà dell’abitazione, con misure che possano aiutare le persone più bisognose ad avere un alloggio in proprietà e, quindi, rendendo concreto questo diritto. In più occasioni la Corte Costituzionale ha affermato che rientra, tra i compiti della Repubblica, quello di favorire l’accesso alla abitazione ai cittadini più deboli. La difficoltà di avere una casa costituisce insomma una delle preoccupazioni alle quali le amministrazioni pubbliche devono offrire risposte efficaci, in particolare attraverso i piani di edilizia economica e popolare. I riferimenti costituzionali del diritto alla casa” sono gli art. 2, 3 e 32. Infatti le politiche legislative in materia abitativa sono basate sulla tutela dei diritti inviolabili della persona, tutela che è strettamente legata ai compiti che lo Stato ha nel rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale. Nella Carta dei valori, della cittadinanza e dell’ integrazione dell’ aprile 2007 viene affermato “L’Italia è impegnata perché tutti possano fruire di una abitazione adeguata ai bisogni della propria famiglia e a costi ragionevoli".

lunedì 22 giugno 2009

"Abitavo nella Casa dello Studente,chiedo giustizia"

Si chiama Giada,è della provincia di Pesaro,e la notte del 6 aprile 2009, era a L’Aquila. Abitava nella Casa dello Studente (quella che la sera del sisma si è trasformata in un cumulo di macerie), ma quando c’è stata la terribile scossa delle 3.30, Giada non era ancora rientrata perché era a casa di amici per una spaghettata. Si è salvata per caso: “La ragazza che abitava nella camera di fronte alla mia -ricorda Giada- non è stata altrettanto fortunata ed è morta”.
Giada, come tantissimi studenti iscritti all’Università de L’Aquila, si è rivolta all’avvocato Floro Bisello, presidente regionale di una associazione di consumatori, per avere giustizia: per sé e per i ragazzi che non ci sono più.
“Chiedo giustizia: noi studenti più volte avevamo segnalato -ribadisce Giada- la comparsa sui muri di alcune crepe. Ci hanno sempre risposto che non dovevamo preoccuparci perché la struttura era antisismica”.
Finora l’avvocato Bisello sta seguendo una quarantina di studenti che hanno deciso di presentare denuncia- querela con l’obiettivo di individuare le responsabilità di chi “ha sottovalutato le segnalazioni degli studenti sulle tante anomalie presenti nella Casa dello Studente”.
In particolare nelle denunce-querele si fa riferimento alla segnalazione da parte degli studenti della “comparsa di grosse macchie d’umidità su una delle colonne portanti della sala mensa che avevano provocato la caduta dell’intonaco e la fuoriuscita di acqua che si riversava sul pavimento. Invece di prendere provvedimenti -si legge nella denuncia querela- la colonna venne avvolta con del nastro bianco e rosso”.
A questo si aggiunge che gli studenti sopravvissuti hanno perso libri, materiale didattico, effetti personali e che le lezioni sono state sospese.
Giada che è iscritta a Scienze dell’Investigazione, corso di laurea di Scienze della Formazione, ha intenzione di rimanere a L’Aquila anche perché è difficile trovare lo stesso corso in un'altra università.
Non solo: gli studenti devono cercare di recuperare la cauzione di 450 euro che ogni di loro doveva pagare prima di entrare nella Casa dello Studente.
“Purtroppo -commenta l’avvocato Bisello- si è trattato di crolli annunciati. Le crepe esistevano già prima delle 3.32 del 6 aprile, prima della scossa e della strage di ragazzi".
Per gli studenti il pilastro portante di cui si parla nelle denunce depositate era il tallone d'Achille del palazzo, segnalato chissà quante volte ai responsabili della Casa dello studente che però, interrogati dalla polizia, lo hanno negato.
Le prove ci sono perché è stata rinvenuta una piantina salvata da uno studente che diventerà una prova contro chi ha aiutato il terremoto a creare i crolli”..

domenica 21 giugno 2009

Il reddito minimo in Europa

a cura di Sandro Gobetti (Ricercatore sociale, redattore della rivista Infoxoa, ideatore e curatore di ricerche e saggi sui modelli europei di welfare e le trasformazioni del lavoro. Responsabile dell'area di ricerca e studio per il reddito garantito presso la Regione Lazio, coordinatore BIN Report e comunicazione)

Un confronto tra diversi modelli di reddito minimo tra Italia ed Europa

In Belgio è chiamato minimax, è un diritto individuale, garantisce un reddito minimo di circa 650 euro a chi non dispone di risorse sufficienti per vivere. Ne può usufruire chiunque, anche chi ha appena smesso di ricevere il sussidio di disoccupazione. In Lussemburgo, il revenue minimum guaranti, è definito legge universale, un riconoscimento individuale "fino al raggiungimento di una migliore condizione personale". L'importo è di 1.100 euro mensili. In Austria c'è la sozialhilfe, un minimo garantito che viene aggiunto al sostegno per il cibo, il riscaldamento, l'elettricità e l'affitto per la casa. In Norvegia c'è lo Stønad til livsopphold, letteralmente "reddito di esistenza", erogato a titolo individuale senza condizione di età, con un importo mensile di oltre 500 euro e la copertura delle spese d'alloggio ed elettricità. In Olanda si chiama Beinstand, è un diritto individuale e si accompagna al sostegno all'affitto, ai trasporti per gli studenti, all'accesso alla cultura. Sempre in Olanda c'è il Wik, un reddito di 500 euro destinato agli artisti per "permettergli di avere tempo di fare arte".
Insomma, senza fare il giro di tutti i paesi europei, è evidente la lontananza italiana da quell'Europa, che ha affrontato il tema della protezione sociale e del reddito garantito.
Sono forme di intervento diversificate tanto che oggi possiamo parlare di 4 diversi modelli: quello centro europeo, che vede paesi come Belgio e Olanda attuare queste forme già dagli anni settanta del novecento; il modello anglosassone, che ha nella sua specificità le ristrettezze dettate dal means test, che alcuni definiscono forma di controllo vero e proprio sugli individui percettori; quello scandinavo che prevede un ampio ventaglio di interventi sociali tra i quali il sostegno al reddito è uno dei capisaldi.
Ed infine il modello mediterraneo, che vede l'Italia e la Grecia essere gli unici due paesi in Europa a non avere alcuna forma di reddito minimo. Anche la Spagna ha avviato un dibattito nazionale che và nella direzione di proporre forme di reddito sociale.
Per non fare la figura degli esterofili, và detto che queste forme di protezione sociale hanno ciascuna alcune contraddizioni. Il fatto che molti di questi modelli di welfare si siano trasformati in workfare, in cui esiste l'obbligo per i beneficiari ad accettare qualsiasi lavoro pena la sospensione del benefit, porta con se alcune conseguenze come quella di nutrire una grossa fascia di lavori a bassa qualificazione. In questo senso, ad esempio in Belgio, si sono definite delle forme di congruità, in cui un beneficiario del reddito minimo può rifiutare il lavoro offerto se non è congruo al suo inquadramento professionale precedente o alla sua formazione; una sorta di riconoscimento delle competenze acquisite che frena il ribasso professionale e salariale. Così come il means test di fattura inglese, rischia di essere più una forma di controllo che di assistenza sociale. Bisogna però dire che il sostegno al reddito, le forme di protezione sociale, permettono tempi di vita sicuramente diversi e permettono ai cittadini di affrontare la propria quotidianità in modo sicuramente meno pressante e vessatorio.
Il tema del reddito garantito, minimo, di base, di cittadinanza è una delle centralità del dibattito internazionale. Non ultimo, il presidente boliviano Evo Morales, lo pone come una delle riforme cardine, tanto che stà istituendo una legge che garantisce un minimo vitale a tutte le persone sopra i 60 anni e per un paese come la Bolivia questa è più di una buona notizia.
Il tema quindi è di quelli centrali. Le nuove garanzie sociali a fronte delle trasformazioni produttive e del mercato del lavoro, la questione della precarietà e dei diritti sul lavoro e oltre il lavoro, la questione della redistribuzione della ricchezza, la lotta alle nuove povertà ritornano con vigore nel dibattito generale. Anche Prodi, sui giornali, rilancia l'idea di un reddito minimo di cittadinanza e, dopo l'esperienza campana, anche il Lazio stà approntando una legge che và nella direzione di formalizzare un reddito sociale garantito.
Il dibattito intorno a questo tema attraversa diversi ambienti, l'economista Tito Boeri propone un reddito minimo a fronte di una maggiore flessibilità, altri come Van Parijs o Guy Standing rilanciano da anni un basic income per tutti come riconoscimento della produzione oltre il lavoro formale e per la creazione di un modello di welfare attivo a partire da una nuova idea di tempo liberato.
Non ultimi i movimenti sociali che in questi anni, con le mayday, le manifestazioni nazionali per il reddito per tutti e con lo sciopero generale e generalizzato dello scorso novembre, pongono la questione dei diritti sul lavoro e oltre il lavoro: verso la rivendicazione di un reddito garantito.
Nessuno sotto questo punto di vista è stato fermo e questo tema attraverso l'Europa intera. Eppure il rischio è che proprio la politica stenti a dare risposte immediate. Il rischio è di diluire il tema in rivoli infinitesimali, mentre il mercato risponde con i 4x2 per il rilancio dei consumi, con i finanziamenti fino a trentamila euro anche per chi è pignorato, suggerisce di accedere a forme di credito per acquistare il telefonino o pagare la vacanza, la lavatrice o il mutuo di casa. Il rischio di una risposta del mercato alle nuove esigenze emergenti produce un' economia drogata ed una popolazione sotto continuo ricatto: oltre a quello del lavoro precario, quello del basso salario, anche quello dei soldi, o meglio, degli interessi, da restituire. In Italia c'è una buona percentuale di cittadini indebitati proprio perché ricorrono spesso a finanziamenti per affrontare il loro quotidiano.
Anche Eurostat lancia l'allarme e avverte "che senza massicci interventi di protezione sociale, l'Italia, con i suoi 11 milioni di poveri, rischia nei prossimi anni di vedere il 42% della popolazione rimanere sotto la soglia di povertà".
Sempre secondo Eurostat (dati 2005) l'Italia spende per il contrasto alla disoccupazione lo 0,4% del Pil contro una media UE del 2,2% e del 3% della sola Germania; per i giovani disoccupati con meno di 25 anni il tasso di copertura, di sostegno al reddito, è dello 0,65% italiano contro il 57% del regno Unito, il 53% della Danimarca ed il 51% del Belgio (dati ItaliaLavoro) e questo malgrado sia aumentata in Italia la zona grigia di chi, tra gli under 25, non cerca più lavoro, non fà formazione, non và più a scuola: oltre 800.000 giovani. Questo dato è aggravato dal fatto che se tra il 1991 e il 1997 la probabilità per un giovane di trovare lavoro a tempo indeterminato era del 40%, oggi si è ridotta al 25%. Secondo una ricerca della Provincia di Roma (2006), la nostra capitale, a confronto con le altre grandi città europee, è l'unica ad avere in attivo il tasso di disoccupazione giovanile in confronto alle opportunità di occupazione. Per concludere con i dati, (Università La Sapienza su dati Inps 2006), il 15% dei precari a carattere nazionale lavorano nella capitale, il 48% sono donne e di queste il 70% denuncia di non arrivare a guadagnare più di 10.000 euro l'anno.
Il tema del reddito garantito dunque è un tema centrale e a partire dalle esperienze europee può essere rilanciato e riformulato come azione di contrasto al ricatto della precarietà, un modo per rifiutare quel contratto sottopagato appena offerto, un freno all'emergenza economica e al disagio di milioni di persone; un aiuto concreto alle famiglie dei working poor che testimoniano l'impossibilità di arrivare a fine mese, un modo per conquistare spicchi di tempo a favore di una maggiore autonomia in grado di aprire nuove opportunità, per fare nuova formazione, per acquisire nuove competenze, per inserirsi nel mercato del lavoro attraverso scelte e non solo obblighi. Sotto questo punto di vista le forme di reddito di base vigenti in molti paesi europei, che pure non vanno lette come la panacea per tutti i nostri mali, visti da quaggiù sembrano una favola.
C'è dunque bisogno di concretezza, non solo per rispondere alla trasformazioni della nostra contemporaneità, ma perchè la questione del reddito garantito in Italia, potrebbe farci sentire un pò meno cittadini europei di serie B.

sabato 20 giugno 2009

Studenti dell' AFAM chiedono rappresentanza sociale e reddito

Dopo le riforme ammazza Conservatori e Accademie,l'aumento delle tasse per gli studenti, i tagli al salario accessorio dei dipendenti, il Governo, in un silenzio assordante, dimentica di finanziare finanche il necessario per sopravvivere. Niente soldi sul contratto, niente finanziamenti sulla riforma, ulteriori tagli sul finanziamento riportando il Comparto a livelli di sofferenza maggiore rispetto al passato. Un comparto che dovrebbe in teoria rappresentare un vanto per questo Paese,si trova in nette difficoltà economico-finanziarie e in rischio chiusura.In più la beffa di non poter usufruire di nessun rappresentante agli organi istituzionali, GLI STUDENTI CHIEDONO INTERVENTI CONCRETI-REDDITO-E CONSIDERAZIONE ad un sistema che vede la conoscenza come speculazione e azienda profit. Di seguito il comunicato degli Student* AFAM sulle elezioni/farsa del cda Laziodisu e piena solidarietà da parte degli studenti degli Studentati che condividono con i fratelli dell'alta formazione artistica e musicale la ricerca di un nuovo modello di sviluppo,auoriforma del diritto allo studio,un sapere libero e la richiesta incessante di Reddito.Il 17 Giugno 2009 si sono svolte le elezioni per la rappresentanza studentesca nel C.D.A. del Laziodisu regionale e la lista dell'AFAM Lazio, *STUDENT* AFAM ha ricevuto 111 voti dei 147 voti espressi dalle istituzioni dell'alta formazione, registrando così una grande vittoria politica.
Un grande risultato di unità e compattezza che sottolinea ancora una volta, ciò che rivendichiamo da tempo, la pari dignità e diritti con gli studenti universitari anche se minoranza numerica ma in quanto apice della cultura artistica, musicale e coreutica del paese.
La discrepanza è palese un sistema di alta qualità come quello dell'AFAM non potrà mai avere gli stessi numeri dell'università proprio per la sua peculiarità e sarebbe una sciocchezza pensarlo. Questo regolamento elettorale penalizzando i voti dell'afam rispetto all'univerità nega con 111 voti un membro nel CDA, destinando gli studenti dell'AFAM ad essere studenti di serie B e a non poter mai essere rappresentati.
Nel nostro comparto non ci sono mai state liste partitiche ma solo liste di intenti, non vogliamo dover scegliere tra emanazioni dei partiti nazionali.
Anche se strutturalmente minoranza crediamo che la democrazia non possa essere dittatura della maggioranza ma osmosi e contaminazione del pensiero e incontro fra le diversità. Continueremo a rivendicare mense accessibili, un ediliza pubblica speciale per gli artisti e i musicisti, un reddito di formazione che garantisca anche un sistema integrato di servizi e borse di studio in denaro ma sopratutto accesso alla cultura, a cui contribuiamo sensibilmente.

giovedì 18 giugno 2009

Roma,le case più costose d'Italia trovarle in affitto è un miraggio

di Daniele Auteri http://roma.repubblica.it/dettaglio/roma-le-case-piu-costose-d%c2%b4italia-e-trovarle-in-affitto-e-un-miraggio/1654140

Mattoni come lingotti d´oro. Sono quelli usati per costruire le case di Roma, le più costose d´Italia secondo l´ultimo Rapporto Uil "Famiglia, reddito, casa". Comprare un´abitazione di 70 metri quadrati nella Capitale costa in media 424mila euro (6.057 al metro quadrato): 100mila in più di Venezia, 130mila in più rispetto a Milano, quasi il doppio di Firenze. E se chi si accontenta della periferia può riuscire a spendere 318mila euro, chi ama il centro deve metterne insieme 584mila, 8.350 al metro quadrato.Insomma, il paventato crollo del mercato immobiliare ha solo lambito i confini della Città Eterna perché se nel secondo semestre 2008 i prezzi delle case sono diminuiti dello 0,3 per cento rispetto ai mesi precedenti, è anche vero che appena un anno prima - cioè all´inizio del 2007 - sarebbero serviti 20mila euro in meno per vedersi intestata la stessa abitazione di 70 metri quadrati.I vertiginosi crolli del mercato statunitense o di quello spagnolo arrivano quindi come echi lontani, perché per vedere scendere i valori delle case è necessario spostarsi dal capoluogo agli altri capoluoghi del Lazio come Latina (prezzo medio 130mila euro), Frosinone (100mila), Rieti (105mila) e Viterbo (94mila).Vivere nella Capitale diventa così sempre più un sogno per pochi, spesso inseguito puntando sull´abitazione in affitto piuttosto che sull´acquisto della casa. Secondo un´analisi firmata Tecnocasa i canoni di locazione più elevati a livello nazionale sono proprio quelli romani, che nella seconda parte del 2008 hanno reagito all´aumento della domanda di affitto di appartamenti, legata principalmente alla maggiore difficoltà di accesso al credito per acquistare una casa. Affittare un appartamento a Roma costa in media 1.656 euro al mese, rispetto ai 1.400 di Venezia e ai 1.020 di Firenze, le due città che la seguono in classifica. Il dato esprime comunque una media, che passa dai 1.260 della periferia ai 2.257 del centro.
Ma la rilevazione più significativa riguarda l´incidenza delle spese per la casa sul reddito delle famiglie. Mentre in Italia un nucleo di 4 persone spende mensilmente il 26,4 per cento del reddito, questa percentuale arriva al 63,9 per gli abitanti della Capitale.Si tratta di una fetta importante della ricchezza cittadina interamente investita all´interno delle quattro mura domestiche, così elevata da rendere spesso difficile la gestione del menage familiare. Non è infatti un caso se proprio nel Lazio si registra il numero più alto di sfratti (4.452, la maggior parte dei quali segnalati a Roma) contro i 3.168 della Lombardia o i 2.756 dell´Emilia Romagna. Sull´altro piatto della bilancia, a rendere ancora più gravoso questo bilancio, il dato dei contributi regionali a sostegno dell´affitto. Rispetto ai 15 milioni di euro stanziati nel Lazio - rivela il Rapporto Uil - sono 30 quelli previsti dalla provincia autonoma di Bolzano, 18 dalla Puglia, 8 da Trento e 11 dal Friuli.

mercoledì 17 giugno 2009

Comunicato 17 giugno 2009 - Lab Autoriforma Adisu

Per l'ennesima volta assistiamo increduli alle elezioni di rappresentanti che siederanno al Cda di Laziodisu e dell'insopportabile atteggiamento della Regione e in particolare del titolare dell'Istruzione, del Diritto allo Studio e della Formazione che ha predisposto elezioni non rappresentative degli Studenti.
Come sappiamo bene,tutti gli studenti degli Studentati e chi beneficia delle borse di studio, non sarà rappresentata agli organi centrali, e quindi ci sarà l'ennesimo scempio antidemocratico. Assisteremo sicuramente all'elezione di un rappresentante del solito partitino, l'ennesimo personaggio che per lottizzazione politica e per scelta dall'alto sarà chiamato a rappresentare gli studenti,che percepirà uno stipendio mensile ben remunerato, che non conosce nemmeno i luoghi dove sono ubicati gli Studentati,le modalità per accedere ad una borsa di studio ridicola ed assistenziale,quali sono i termini burocratici e quante borse di studio sono messe a disposizione.
Personaggi che verranno eletti dai rappresentanti agli organi centrali di ciascun ateneo(nel caso della Sapienza, ricordiamo che sono stati eletti col voto misero del 10% degli studenti) di cui non si capisce bene la provenienza.
Tale anomalia è stata più volte sollevata negli incontri avuti lo scorso autunno con l'assessore Costa, abbiamo chiesto che i rappresentati con diritto di sedere al Cda di Laziodisu fossero realmente rappresentativi degli Studentati e dei beneficiari di un servizio Laziodisu.
Dopo tutto quello che è successo nell'ultimo anno, con un bando di concorso che ha creato non pochi problemi agli studenti, dove abbiamo più volte chiesto di incontrare dei rappresentanti invisibili, non siamo più disposti ad essere rappresentati da personaggi ignoti,che per un puro tornaconto personale sfruttino la gravità della situazione in cui noi, studenti meno abbienti,ci ritroviamo,sicuramente non per voler nostro,ma per colpa della malagestione dell'Ente per il diritto allo studio.
Chiediamo pertanto l'immediata abrogazione dell'articolo 14 della legge regionale del 18 Giugno 2008 n.7, che predispone l'elezione di un rappresentante delle università non statali legalmente riconosciute designato dai rispettivi rettori, di quattro rappresentanti degli studenti delle università e delle altre istituzioni del Lazio designati previa elezione dagli studenti dei senati accademici o dei consigli di amministrazione o di altri organismi elettivi degli studenti delle rispettive università o delle altre istituzioni,ribadendo il fatto che non sono assolutamente rappresentativi degli studenti,e che saranno riuniti in un apposita assemblea convocata dall’assessore regionale competente in materia di diritto agli studi universitari, con voto ponderato in relazione al numero degli iscritti. Il diritto allo studio già menomato non può esser rappresentato da fantocci incompetenti. Chiediamo autonomia dei soggetti in formazione, chiediamo autorganizzazione, trasparenza e autodeterminazione per la gestione dell'Ente inutile ed assistenziale che ha nelle mani il futuro di migliaia di studenti.

lunedì 15 giugno 2009

Reddito in Italia,incessante richiesta per superare la crisi

a cura di Simona Fioretto (Lab Autoriforma Adisu della residenza di Via Laurentina)
Un sogno che può diventare realtà,che con gran fiducia e lotta insieme si deve portare avanti.Bisogna parlare di cosa succede nei territori grandi e piccoli in cui ci troviamo per poter attraversare insieme un territorio vasto almeno come l'Europa. Anche confrontare diritti e garanzie diverse che le lotte hanno conquistato negli anni in paesi diversi. Conoscere le leggi e i welfare europei per capire come questa crisi può essere sconfitta, non tanto per presentare qualche nuova proposta di legge, ma unire gli individui con gli stessi bisogni per arrivare ad una utilità generalizzata.Discussione che non si chiude con qualche mozione da votare, con maggioranze o minoranze democratiche, con battaglie politiche per far passare la propria posizione, ma un unica voce,dirompente,forte e dinamica,che va verso un unico bisogno,rappresentativo di una speranza che va concretizzata. Non discutere se il reddito di cittadinanza è giusto o sbagliato,ma discutere di come si deve ottenere. Una tematica da affrontare a prescindere da quelli che sono i dubbi, le barriere e i problemi del sistema che ci ha ingabbiato all'interno della quale il singolo individuo inserito mostra caratteristiche particolari che orientano, determinano e vincolano non solo le azioni individuali ma anche l'agire collettivo: è la società anomica, del rischio, la modernità liquida a influenzare la stessa azione dei politici. La comunità locale oggi più che mai deve confrontarsi con la realtà globale: l'implementazione delle politiche sociali deve realizzarsi per salvaguardare le specificità locali e considerare allo stesso tempo le caratteristiche globali.La cittadinanza che ne deriva, pertanto, non può essere solo quella nazionale ma anche europea e cosmopolita: essa non può essere fondata solo sull'identità nazionale di un popolo ma deve essere incentrata sulla partecipazione oltre che sull'appartenenza. Per poter realizzare ciò occorre pianificare seguendo queste logiche d'oltre confine: il punto di partenza è rappresentato proprio dagli stessi documenti e strumenti operativi di cui dispone l'Unione Europea. La comparazione tra i molteplici modelli di welfare esistenti nei diversi stati, soprattutto dopo l'allargamento ad est, ha creato una "unità nella diversità". La questione del reddito che va affrontata insieme alla questione dell'art.18 dello statuto dei lavoratori che anche esponenti italiani del centrosinistra chiedono che venga superato.
Reddito e Liberazione vs la crisi

sabato 13 giugno 2009

Casa e reddito - puntata a cura di Aut of Radio


A partire dal percorso di CREW in Onda, Aut of radio ragiona e indaga sulla questione della casa per gli studenti, sugli affitti in nero e sulla rendita nella metropoli romana. Perchè se vogliamo tutto è ancora il nostro slogan, smetteremo di subire e ci prenderemo tutto!

http://www.uniriot.org/uniriotII/index.php?option=com_content&view=article&id=604:aut-of-radio-casa-e-reddito&catid=91:radio&Itemid=283

DATECI IN FRETTA QUELLO CHE CI SPETTA

CASA REDDITO WELFARE E LIBERTA'

giovedì 11 giugno 2009

La chiamano svolta politica dell'immigrazione italiana

a cura di http://www.uni.net/sos.razzismo/
"Il problema dell'umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi". Russel Bertrand

Donne, Bambini, Uomini, rispediti in Libia direttamente dal mare, senza toccare terra

Secondo Roberto Maroni, quello che sta succedendo attualmente con la Libia "può rappresentare una svolta nel contrasto all'immigrazione clandestina. Un risultato storico... "Se l'operazione fatta oggi continuerà, il problema del contrasto tra Italia e Malta, sull'accoglimento dei clandestini, sarà risolto perché in qualunque acqua si trovino i barconi saranno rispediti in Libia da dove sono partiti". Sarebbe, secondo il ministro, "un nuovo modello di contrasto in mare di chi cerca di arrivare illegalmente" che "non ha a che fare con chi chiede asilo: i clandestini non arrivano sul territorio nazionale ma vengono respinti alla frontiera, valutare le richieste di asilo non è quindi compito del governo italiano".

Possiamo davvero esserne orgogliosi, aggiungerei io, di aver riaccompagnato in Libia, nel porto di Tripoli, senza aver toccato terra, bambini, donne e uomini, ce ne vergogniamo noi italiani, se ne vergognano i nostri militari che hanno dovuto eseguire gli ordini impartiti dal governo italiano.
In realtà ogni trasporto arbitrario rappresenta una violazione gravissima che in alcuni casi mette a rischio anche la vita delle persone, perché di frequente, invece, hanno diritto all'asilo. «Allontanare persone dall'Italia senza averle identificate e senza permettere l'accesso, per chi ne ha diritto, alle procedure sul diritto d'asilo - ha precisato De Filippi responsabile di Medici Senza Frontiere - è un comportamento illegale al di fuori di ogni legislazione nazionale ed internazionale».

Una scelta da riconsiderare affermano le Nazioni Unite affinché "il principio internazionale di non-respingimento continui ad essere integralmente rispettato". Anche perché la Libia non ha aderito alla Convenzione sui rifugiati del 1951 e non dispone di un sistema nazionale d'asilo efficiente”. Inefficace, pertanto, affermare di proporre in loco un ufficio per i richiedenti asilo.
Un risultato storico, afferma il ministro, ma se nel maggio 2005 la Corte europea dei diritti umani ha condannato le procedure del rimpatrio forzato disposto dal governo italiano perchè lesive del diritto d'asilo?

Mah, resta il fatto che, queste barbarie sono ormai diventate quotidianità ed insieme con queste anche la nostra assuefazione a episodi di razzismo istituzionale e sociale.
Un comportamento disumano che non ha risparmiato neanche i militari delle nostre tre motovedette ai quali è stato ordinato di riaccompagnare nel porto di Tripoli gli immigrati. Ma chi erano questi famigerati clandestini? …uomini, donne, alcune delle quali incinte, e bambini che chiedevano aiuto …” E’ l’ordine più infame che abbia mai eseguito”, racconta ad un giornalista di Repubblica uno dei militari! “Ho eseguito gli ordini ma mi vergogno”…ci chiedevano aiuto, ci chiamavano fratelli…non racconterò mai ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno”.

Parole che riecheggiano nel vuoto lasciato da quelle donne stanche e doloranti, da quei bambini con gli occhi grandi e disperati ritrovatisi in quell’inferno dal quale erano riusciti a partire …ed oggi altri “respingimenti” e domani altri ancora, fino a quando?
A nulla è valso il ringraziamento a loro Dio, a nulla sono valse le suppliche ai militari delle motovedette: le donne incinte, le mamme, i bambini, gli uomini, nessuno aveva più la forza di ribellarsi e poi gli ordini erano quelli e bisognava eseguirli…infine, le donne separate dagli uomini, forse in un centro di accoglienza e, chissà se l’eco di quelle parole disperate, pronunciate dai respinti, sulla banchina del porto, riusciranno a giungere al cuore ed alla mente della maggioranza degli italiani: “Fratelli italiani aiutateci, non ci abbandonate". Già questo, oggi, sarebbe un miracolo!


GHEDDAFI E BERLUSCONI,VERGOGNA!

giovedì 4 giugno 2009

Superamento di Enti assistenziali inutili e proposte concrete di reddito

Contro la Crisi, REDDITO
Le 10 tesi del prof. Andrea Fumagalli,attualmente docente universitario di Economia Politica presso l'Università di Padova,datata settembre 1998, che invitano ad una dettagliata analisi e discussione sull'importanza del reddito di cittadinanza. Da queste tesi partiamo per capire meglio contraddizioni e superamento del sistema capitalistico,neoliberista,assistenzialista,clientelare e familistico amorale.

Per gli scettici sul Reddito,che non ne conoscono l'essenza e non sanno di cosa si stia parlando,riportiamo una citazione:
"Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza." (Antonio Gramsci)

Tesi n. 1 Il reddito di cittadinanza é una proposta di intervento economico generalizzato e egualitario, ovvero non discriminante nei confronti di alcuno, che concorre a definire, al pari della cittadinanza giuridica, la piena cittadinanza economica e sociale.
Per reddito di cittadinanza si intende un'erogazione monetaria, a intervallo di tempo regolare (ad esempio un mese), distribuita a tutti coloro dotati di cittadinanza e di residenza da almeno un certo periodo di tempo (ad esempio, un anno), in grado di consentire una vita minima dignitosa, cumulabile con altri redditi (da lavoro, da impresa, da rendita), indipendentemente dall'attività lavorativa effettuata, dalla nazionalità, dal sesso, dal credo religioso e dalla posizione sociale, in età lavorativa, per il periodo che va dalla fine delle scuole dell'obbligo all'età pensionabile o alla morte. Trattandosi di un intervento omogeneo, il reddito di cittadinanza dovrebbe essere distribuito da un'entità statuale riconosciuta costituzionalmente con eventuale delega alle autorità locali per le pratiche materiali di redistribuzione. Trattandosi di un reddito indipendente dal salario (vedi Tesi n. 7), esso sostituisce tutte le forme di indennizzo derivanti dalla perdita del posto di lavoro (cassa integrazione, sussidi di disoccupazione, prepensionamenti, ecc.) ma non le altre forme di reddito già esistenti (pensioni, crediti alle famiglie, ecc.). Lo scopo del reddito di cittadinanza è quello di fornire una liquidità monetaria spendibile sul mercato finale delle merci così da consentire il pieno godimento dei diritti di cittadinanza e di socialità senza necessariamente essere inserite in un contesto gerarchizzato di produzione materiale e immateriale: da questo punto di vista il reddito di cittadinanza concorre a garantire la cittadinanza economica e sociale.
Tesi n. 2 Il reddito di cittadinanza, lungi dall'essere una proposta utopistica, é una misura di intervento economico adeguata alla realtà sociale dell'accumulazione flessibile e quindi più realistica oggi di quanto non lo fosse nel periodo fordista.
Con il passaggio dal modello fordista a quello che rozzamente possiamo definire "post-fordista" o, meglio, dell'"accumulazione flessibile", il contesto economico e sociale muta radicalmente. Ciò che 20 anni fa poteva sembrare irrealistico, oggi non lo è più: è il caso del reddito di cittadinanza. Per spiegare questa affermazione, vale la pena ricordare alcune rotture economiche e sociali (in particolare tre), che hanno caratterizzato la recente fase economica nei paesi a capitalismo avanzato, con particolare riferimento all'Europa:
1. invalidità del nesso produzione - occupazione, vale a dire il fatto che se ad una diminuzione della produzione corrisponde ancora una diminuzione dell'occupazione, non è più vero il contrario. La capacità tecnologica informatica e flessibile consente di aumentare la produzione senza che aumenti l'occupazione per gli alti livelli di produttività incorporati nelle nuove tecnologie. Le tecnologie informatiche oggi dominanti sono costituite per la quasi totalità da innovazioni di processo, vale a dire da innovazioni che tendono a modificare il ciclo di produzione, il "come produrre" e non il prodotto finale. Le nuove tecnologie non consentono quindi la creazione di nuovi sbocchi di mercato. Al riguardo occorre considerare il fatto, più che banale, che nella storia del capitalismo, il progresso tecnologico ha sempre "liberato" lavoro e quindi, come processo intrinseco, ha sempre causato disoccupazione tecnologica. La capacità del sistema capitalistico di compensare questa disoccupazione dipende dalla capacità di creare nuovi prodotti e, quindi, nuovi mercati, nuova domanda e nuova produzione. Tutto ciò oggi sembra non accadere in seguito alle caratteristiche strutturali dell'odierno progresso tecnologico, costituito, non dalla scoperta di un nuovo prodotto (ad esempio, le fibre e la plastica negli anni '20 e '30 o un nuovo procedimento meccanico, quale il motore a scoppio) ma dall'introduzione di qualcosa di immateriale come il linguaggio informatico in grado di collegare e programmare l'uso di due macchinari. Il progresso tecnologico informatico non amplia la produzione ma la ristruttura e la modifica tramite un costante incremento di flessibilità e tutto ciò non crea occupazione, bensì la distrugge.
La disoccupazione non è più quindi un fenomeno puramente congiunturale, bensì strutturale. E come tale, necessita di interventi strutturali. La riduzione dell'orario di lavoro rientra nel novero dei rimedi strutturali e proprio per questo può essere utile.
2. invalidità del nesso salario - produttività. Il salario del lavoro dipendente è oggi, alle soglie del 2000, sempre più sganciato dalla produttività, per il semplice fatto che la produttività dipende in massima parte non più dall'apporto lavorativo ma dal tipo di macchinario esistente. Se per aumentare la produzione a parità di lavoro e di tempo è sufficiente schiacciare un tasto o inviare un comando via computer, è evidente come sia il lavoro che la sua retribuzione siano elementi esterni al meccanismo di accumulazione. Il fatto che salario e produttività siano sganciati è la diretta conseguenza (l'altra faccia della medaglia) della separazione post-fordista tra crescita della produzione e crescita dell'occupazione.
3. ininfluenza della struttura dei consumi nazionali (fine dello stato nazione). Il fatto che salario e produttività non siano più collegati fra loro implica che la distribuzione del reddito a livello nazionale e di conseguenza la domanda nazionale di consumo non abbiano più rilevanza nel determinare il processo di accumulazione. La crescente internazionalizzazione prima dei flussi finanziari (con la totale e completa liberalizzazione dei capitali) e poi con l'ampliarsi del processo di deindustrializzazione dei paesi occidentali ha fatto sì che le condizioni economiche e le politiche economiche a livello di singolo stato (a meno che non si tratti della triade - Usa, Germania, Giappone) abbiano oggi scarsa influenza nell'incidere su meccanismi di accumulazione sempre più globali. Da questo punto di vista, infatti, il processo di internazionalizzazione dell'economia mondiale si fonda su una divisione del lavoro che vede i paesi occidentali detenere in modo sempre più concentrato il potere finanziario e tecnologico ed il controllo dei flussi commerciali e i paesi emergenti del terzo mondo oggetto della semplice trasformazione delle merci.
L'irrilevanza della struttura redistributiva del reddito implica anche il venir meno del ruolo dello Stato sia come agente economico che interviene direttamente nel sistema economico a sostegno dell'accumulazione (politica keynesiana) che come elemento "super partes" che indirizza e controlla, tramite la politica fiscale, la stessa redistribuzione del reddito. In un modello di accumulazione flessibile "il welfare State" non ha più alcuna funzione specifica ma rappresenta solo una rigidità e, come tale, deve essere abolito.
Questi tre aspetti sono fra loro estremamente correlati ed evidenziano un unica fenomeno: la separazione tra distribuzione del reddito da un lato e meccanismo di accumulazione dall'altro.
A livello sociale, al di là della sola sfera economica, tale separazione implica anche una modificazione del rapporto inclusione/esclusione. In modo alquanto sommario, possiamo dire che nel modello fordista-keynesiano l'esclusione e l'emarginazione sociale dipendevano dal grado di insubordinazione nei confronti delle condizioni e della disciplina del lavoro. In questo ambito, la presenza di una forte etica del lavoro rappresentava la via maestra per l'integrazione e l'inclusione sociale, che consentiva la partecipazione, pur se in posizione subalterna, alla distribuzione della ricchezza, che si contribuiva a produrre. L'obiettivo della piena occupazione aveva quindi una valenza non solo etica ma anche strategica, pur nell'ambito dei vincoli posti dalla necessità di mantenere comunque un certo livello di disoccupazione.(7) Oggi, nel modello flessibile post-fordista, l'esclusione e l'emarginazione sociale si caratterizzano come elemento esterno di "flessibilizzazione e pressione indiretta" sul sempre più ristretto nucleo di lavoratori garantiti (vedi Tesi n. 6 per ulteriori approfondimenti su questa tematica).
Ciò dipende proprio dallo sganciamento della retribuzione salariale dal meccanismo di accumulazione, che è la grande novità del modello di accumulazione flessibile post-fordista.
Sorge allora una domanda: se il salario non viene regolato all'interno della produzione, da chi o da che cosa viene regolato?
Vi sono due possibili risposte: la prima fotografa ciò che sta avvenendo, la seconda postula un'opzione futura.
Se è vero che il salario non viene regolato all'interno dei meccanismi dell'accumulazione e della produzione come ai tempi del modello fordista, allora una possibile risposta sta nel postulare una situazione pre-fordista, vale a dire una situazione ottocentesca in cui la dinamica salariale dipende dall'andamento demografico, cioè dai livelli di offerta di lavoro, della popolazione attiva e di quanti si affacciano sul mercato del lavoro, anche se non trovano un'occupazione. Non si tratta né di una provocazione, né di un paradosso, bensì di una dolorosa realtà. Oggi il salario varia al variare dei livelli di disoccupazione e per questo si può parlare di salario di sussistenza dal momento che siano in presenza di una disoccupazione strutturale. Sono queste semplici considerazioni che spiegano la presenza di una situazione anomala per la prima volta nel dopoguerra: cresce la produzione, cresce la produttività, diminuisce il salario reale a vantaggio dei profitti e delle rendite finanziarie.
Se questa è la tendenza che si è ormai instaurata - e si tratta di una tendenza pericolosa in quanto altamente regressiva e antistorica -, occorre tuttavia tenere conto che le condizioni di accumulazione, le caratteristiche di flessibilità degli odierni sistemi produttivi sono elementi difficilmente modificabili nel breve e medio termine, a meno che non si riesca ad raggiungere un potere contrattuale in grado di modificare strutturalmente tali modalità produttive, ipotesi, oggi, assai poco realistica.
La flessibilità tecnologica e la flessibilità salariale così come oggi sono gestite dalle imprese sono quindi fattori che possono essere considerati esogeni ad una politica economica alternativa, fuori dal controllo delle realtà sociali antagoniste. Da questo punto di vista, lo spazio per una politica riformista è totalmente nullo(8), tanto è vero che oggi noi vediamo.
Diventa allora necessario aprire una diversa opzione alternativa, più realistica e praticabile. Questa seconda opzione è quella che lancia la parola d'ordine del reddito di cittadinanza, come esito di un processo di redistribuzione sociale del reddito. La garanzia di un reddito di base indipendente dall'impiego lavorativo è un'ipotesi che fuoriesce dalla logica dell'accumulazione produttiva per operare sul più vasto piano sociale. Per evitare che il salario si riduca a puro e semplice elemento di sussistenza e non di affrancamento e strumento di libertà individuale, occorre che la dinamica salariale (sia diretta che eterodiretta) diventi una questione sociale e che venga regolato sul piano della distribuzione sociale del reddito. E oggi più che mai diventa un'opzione realistica e irrinunciabile
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Sempre in merito al carattere utopistico del reddito di cittadinanza e dei possibili effetti negativi, spesso si sottolinea l'argomentazione che se fosse effettivamente disponibile un reddito indipendente dalla necessità di lavorare, ciò indurrebbe una diminuzione dell'offerta di lavoro, soprattutto per le mansioni più pesanti e dequalificanti, a scapito dei livelli di produzione e quindi della possibilità nel futuro di poter godere un uguale disponibilità di beni e servizi.(9) In altre parole, chi farebbe i lavori più umili ma altrettanto necessari per mantenere il livello di benessere oggi esistente? A tale obiezione, che a prima vista non appare priva di buon senso e che spesso sottintende una etica del lavoro molto forte, si può rispondere con tre ordini di considerazioni:
a. uno degli stimoli principali alla dinamica economica e tecnologica deriva dal porre continuamente vincoli e ostacoli al processo di accumulazione in corso. Tutte le volte che si sviluppa un conflitto tra le diverse componenti sociali ed in particolare tra capitale e lavoro (ma, in misura minore, anche tra le diverse forme di capitale), la risoluzione di tale conflitto passa attraverso una spinta innovativa del progresso tecnologico e sociale. Così é stato per l'introduzione agli inizi del secolo della giornata di 8 ore per sei giorni alla settimana. Se andiamo a rileggere i documenti dell'epoca, si possono scoprire argomentazioni molto simili a quelle che oggi, quasi un secolo dopo, vengono addotte riguardo la riduzione di orario o il reddito di cittadinanza a proposito del rischio di paralisi dell'attività produttiva. Troppo spesso, però, ci si dimentica che le conquiste sociali sono state il miglior antidoto alle crisi economiche, costringendo gli imprenditori a fuoriuscire da comportamenti routinari e a introdurre innovazioni tecnologiche in grado di contrastare e superare l'eventuale compressione dei profitti o il rischio di fallimento economico (si potrebbe, a tal fine, studiare il nesso tra la richiesta di normazione oraria del lavoro dei primi anni del secolo con lo sviluppo delle nuove tecnologie fordiste, così come negli anni '70 é possibile ravvedere un rapporto tra lo sviluppo dell'informatica e la precedente fase conflittuale dei tardi anni '60) . Al riguardo, potrebbe essere interessante ricordare che la competitività internazionale dell'industria italiana alla fine del decennio degli anni '70, "obbrobriosamente conflittuale" per molti, era maggiore, in termini reali, di quella esistente alla fine degli anni '80, decennio osannato come esempio di pace e repressione sociale. In altre parole, qualunque misura atta a migliorare la distribuzione del reddito in modo non compatibile con le esigenze di profittabilità delle imprese, impone allo stesso sistema produttivo la necessità di incentivare la produttività e accelerare il progresso tecnologico al fine di risolvere ed eliminare i vincoli all'accumulazione di volta in volta sorti. Da questo punto di vista, ben venga una misura come il reddito di cittadinanza, affinché costringa il sistema produttivo (imprese, banche, ecc.) a porre rimedi agli ostacoli che tale misura inevitabilmente é portata a introdurre. Altro che paralisi produttiva!
b. In secondo luogo, é necessario ricordare che la storia del progresso tecnologico mostra una tendenza secolare alla riduzione della fatica fisica e alla diminuzione dei cd. "lavori pesanti" (ovviamente facciamo riferimento alle aree dove il progresso tecnologico é maggiormente diffuso). Lo sviluppo tecnologico nel campo della meccanizzazione - come é noto - ha fatto passi da gigante. Una maggior difficoltà nel reperire forza-lavoro per lavori disagiati e pesanti, favorita dal disporre comunque un reddito base - lungi dal bloccare la produzione - indurrebbe uno stimolo innovativo per meccanizzare e robotizzare queste stesse mansioni pesanti, favorendo in tal senso un incremento di produttività. Inoltre, aspetto non secondario, che qui ci limitiamo semplicemente ad accennare, ciò potrebbe favorire una dinamica tecnologica più consona alle effettive esigenze di liberazione dell'uomo, elemento che non sempre é connaturato con lo sviluppo del progresso scientifico e tecnologico (basti pensare ad esempio allo sviluppo dell'industria delle armi).
c. Occorre, infine, ricordare che la natura dell'uomo é orientata più all'attività che alla "pigrizia", "vizio" che è assunto agli onori delle cronache in concomitanza con lo sviluppo dell'etica protestante del lavoro. Se l'uomo viene "liberato" dal lavoro più pesante e alienante, ciò non significa che si dedicherà esclusivamente al "dolce far niente". Il significato della parola lavoro - così come viene normalmente accettato nel mondo occidentale - é spesso sinonimo di fatica. Senza dilungarsi eccessivamente su queste tematiche(10), in quasi tutte le lingue occidentali la parola "lavoro" è semanticamente sinonimo di "dolore" o "fatica" (nelle lingue neolatine, deriva dal sostantivo "travaglio", che indica o il dolore del parto o uno strumento di tortura) e l'attività lavorativa può essere indicata anche da una seconda parola, "opera" o "messa in opera", che definisce la prestazione liberamente svolta dalla mente umana (uomo o donna che sia) utilizzando l'ingegno e la volontà: locuzione che oggi, nel linguaggio corrente, viene utilizzata per indicare l'attività artistica (non a caso un'attività slegata dalla necessità di produrre valore di scambio e quindi non immediatamente produttiva, nel senso capitalistico del termine). Ciò che il reddito di cittadinanza può favorire é la riduzione del concetto di lavoro come fatica, non in generale della capacità lavorativa, di "prestatore d'opera", dell'uomo, aumentando in tal modo il grado di autonomia e la libertà di scelta degli individui. Anzi, con la diminuzione del lavoro pesante e alienato, l'uomo avrebbe più risorse e più tempo per dedicarsi alla costruzione di "opere" e magari di organizzare in modo più liberatorio la produzione di ciò che gli é utile. Il "diritto all'otium"(11) non significa infatti assenza di attività, ma piuttosto la scomparsa della costrizione al lavoro e al sudore a vantaggio della liberazione della mente e della creatività umana. Da questo punto di vista, la parola d'ordine del reddito di cittadinanza rappresenta una sorta di contropotere alla disciplina del lavoro e alla gerarchia sociale che ne viene generata e per questo é ritenuto assai pericoloso. Infatti, se ci si muove lungo un processo di liberazione non del lavoro ma dal lavoro (nel senso capitalistico del termine), viene meno uno degli strumenti disciplinari di controllo sociale in mano agli attuali assetti di potere.
Tesi n. 3 Il reddito di cittadinanza é una misura di politica economica riformista e radicale e non di modificazione strutturale dell'organizzazione capitalistica, intervenendo sul lato della distribuzione e non sul lato del conflitto capitale-lavoro.
L'evoluzione dell'organizzazione economica capitalistica si basa sulla continua metamorfosi del rapporto di sfruttamento tra capitale e lavoro. La natura conflittuale di tale rapporto spinge continuamente verso una sua modificazione. Agli albori dello sviluppo del capitalismo, ancora prima e poi in contemporanea alla rivoluzione industriale di fine '700, la creazione di una forza-lavoro metropolitana, slegata dalle condizioni di sussistenza agricola esistenti nella campagna, rappresentò la premessa della formazione di un ceto proletario, necessario per lo sviluppo di un processo di accumulazione proto-capitalistico. La regolazione del rapporto capitale-lavoro, allora in fase di costituzione, si basò anche su forme di distribuzione del reddito come puro sussidio contro la fame e la miseria(12). Nel secolo successivo, il pieno dispiegarsi del processo di accumulazione capitalistico portò all'abolizione di qualsiasi sussidio contro la povertà e al prevalere di una regolazione salariale unicamente fondata sulla spietata legge delle gerarchie di mercato. Il salario si consolidò come variabile dipendente, senza nessun limite inferiore se non quello di garantire la semplice riproduzione della forza-lavoro. I livelli di disoccupazione, la dinamica demografica e le esigenze di accumulazione delle imprese determinavano il valore del salario di sussistenza. Il risparmio era un'attività esclusivamente "borghese" e il finanziamento della stessa attività di accumulazione avveniva attraverso il reimpiego dei profitti maturati (per l'appunto, il risparmio)(13). Con l'esplodere dell'organizzazione taylorista e fordista del XX secolo, diventa neessario per lo sviluppo stesso delle forze capitalistiche aumentare i livelli di consumo e della domanda aggregata. Il salario non può più essere considerato a livello macroeconomico nazionale una semplice variabile di costo ma diventa una delle principali componenti della domanda e quindi della realizzazione monetaria del sovrappiù prodotto in quantità sempre più elevate; il salario diventa così dipendente dalle stesse modalità di funzionamento del processo di accumulazione(14). Oggi, il superamento dei vincoli spaziali che limitavano lo sviluppo del processo di accumulazione all'interno di confini nazionali o di aree sempre più strette grazie all'introduzione delle innovazioni informatiche e nel campo dei trasporti porta a riproporre una regolazione salariale sempre più individualistica (come effetto della frammentazione del mercato del lavoro) e sempre più dipendente dalle condizioni non più dell'accumulazione (come nella fase fordista) ma piuttosto dello stesso mercato del lavoro (con analogie preoccupanti con la fase prefordista). Nel corso del capitalismo, quindi la relazione salariale ha dipeso sempre dalle condizioni di produzione, cioè dal momento in cui il conflitto capitale-lavoro si manifesta, ma nel corso del tempo ha influenzato in maniera crescente la fase della realizzazione monetaria dei profitti e quindi il livello della domanda aggregata. Il reddito di cittadinanza si inserisce in questa tendenza: in quanto reddito (e non salario) diventa strumento di ricomposizione della domanda, modificandone la distribuzione tra i soggetti economici che vi partecipano. E' quindi strumento salvifico per la dinamica del processo di accumulazione capitalistico. E non potrebbe essere altrimenti, se pensiamo che tutti gli interventi correttivi del processo economico capitalistico, nati da conflitti anche violenti si sono poi rilevati forieri di nuove spinte allo sviluppo dello stesso capitalistico. Per questi motivi, il reddito di cittadinanza é una misura riformatrice e non rivoluzionaria (nel senso che non va a modificare la struttura stessa su cui si fonda l'organizzazione capitalistica).
Tesi n. 4 Il reddito di cittadinanza é una proposta di politica economica parziale, non esaustiva e non in contraddizione con altre proposte di riformismo radicale (quali riduzione di orario di lavoro, sviluppo dell'autorganizzazione sociale, attivazione di lavori concreti, ecc. ).
Proprio per la sua natura di misura di politica economica di sostegno sul lato della distribuzione del reddito, il reddito di cittadinanza é strumento di intervento parziale. Esso tuttavia non può essere in contraddizione con altre misure alternative che riguardano o l'organizzazione del lavoro in un sistema di accumulazione flessibile (riduzione d'orario) o lo sviluppo di forme produttive alternative, non basate sulla maturazione di un profitto (terzo settore e autogestione/organizzazione (15), lavori concreti(16)). Anzi, esiste un rapporto di stretta complementarietà tra le diverse misure alternative, che dovrebbe essere valorizzato piuttosto che eluso o mistificato per pure ragioni di strumentalizzazione. A titolo di esempio, proviamo ad analizzare il rapporto che potrebbe proficuamente intercorrere tra due proposte che troppo spesso sono state viste come contrapposte: riduzione d'orario e reddito di cittadinanza. Entrambe le proposte fanno riferimento alle due facce di una sola medaglia: la rottura del nesso produzione e occupazione da un lato, e tra produttività e salario reale dall'altro (vedi la Tesi n. 2 per approfondimenti).
Su questo aspetto, credo sia necessaria una breve riflessione. Perché la riduzione d'orario di lavoro abbia un effetto positivo sull'occupazione, è necessario, a mio avviso, che siano verificate almeno tre condizioni:
1. La riduzione dell'orario di lavoro deve essere repentina e drastica: già oggi 35 ore sono una richiesta insufficiente, perché con una crescita della produttività intorno al 4% (nel metalmeccanico, anche del 5-6%), nel giro di due anni, la riduzione a 35 ore di lavoro non produce nuova occupazione. E' necessario quindi scendere almeno a 30-32 ore settimanali, quindi un obiettivo molto diverso da quello implicito nei contratti di solidarietà o nel contratto Wolkswagen in Germania, che trattano di riduzioni di orario e riorganizzazioni dei turni esclusivamente finalizzati al mantenimento dell'occupazione attuale, non ad un suo incremento: una logica di intervento molto diversa.
2. Se la riduzione dell'orario deve essere drastica e repentina, ne consegue che comporta dei costi. Questi costi non possono essere sopportati dal lavoratori (nel senso, minor orario, minor salario), altrimenti invece di aumentare l'occupazione si tende ad un aumento della precarizzazione del lavoro esistente a vantaggio dei profitti e della flessibilità produttiva. In secondo luogo, un'eccessiva perdita del potere d'acquisto del monte salari potrebbe ritorcersi contro lo stesso meccanismo di accumulazione. Perché se è vero che la struttura dei consumi interni non è più così vincolante come nell'epoca fordista, tuttavia è possibile ipotizzare un vincolo minimo sotto il quale la domanda interna è preferibile non cada per non compromettere i meccanismi di sviluppo dell'economia. Il potere d'acquisto dei lavoratori non può quindi diminuire infinitamente.
3. E' chiaro altrettanto, per motivi di realismo politico ed economico, che tutto il costo associabile ad una drastica riduzione dell'orario di lavoro non possa essere imputato inizialmente al sistema delle imprese; inizialmente, perché solo progressivamente, i guadagni di produttività e gli incrementi che scaturiscono da una più razionale organizzazione dei turni di lavoro che la riduzione di orario necessariamente comporta possono ragionevolmente finanziare il costo iniziale della riduzione d'orario.
Ne consegue che se la riduzione d'orario deve essere immediata, drastica e repentina, occorre che ci sua un costo iniziale. Tale costo dovrebbe essere sobbarcato dalla fiscalità sociale, cioè sul piano dei rapporti sociali e della distribuzione sociale del reddito. Al riguardo, diventa imprescindibile l'avvio di un processo di riforma fiscale, che, sulla base dell'assunto della pari trattamento dei cespiti di reddito (sia esso di lavoro, di impresa o di capitale finanziario), consenta a ciascun individuo di disporre di un assegno sociale di cittadinanza che, sommandosi, a quello percepito all'interno del meccanismo produttivo, gli permetta di godere di un reddito decente e dignitoso (vedi Tesi n. 9 per approfondimenti). In quest'ottica il reddito di cittadinanza è l'ovvio complemento, necessario per rendere praticabile la riduzione dell'orario di lavoro.
La necessità dell'introduzione di un reddito di cittadinanza non è limitata solo alla questione della riduzione dell'orario di lavoro, ma va oltre a questa problematica. Infatti, se la riduzione dell'orario di lavoro è un aspetto tutto all'interno della categoria degli occupati, il reddito di cittadinanza riveste una funzione sociale, più allargata, riferita a tutta la popolazione.
Da questo punto di vista, la prospettiva del reddito di cittadinanza risulta sicuramente la più idonea per far fronte alle modificazioni strutturali dell'accumulazione capitalistica.
Sempre in relazione all'aspetto della riduzione d'orario, troppo spesso ci si dimentica che da ormai una decina d'anni è ben presente all'interno del mercato del lavoro post-fordista la tendenza all'allungamento della giornata lavorativa, non solo all'interno del segmento degli occupati (in seguito al massiccio ricorso degli straordinari), ma soprattutto all'interno di quella nuova categoria di lavoratori autonomi o eterodiretti, figlia delle trasformazioni del mercato del lavoro negli ultimi anni. Tali lavoratori, essendo all'interno dei complessi rapporti di subfornitura degli attuali cicli produttivi, sono anch'essi soggetti a forme di subordinazione e gerarchie di varia intensità a seconda del grado di libertà che la propria attività professionale e/o il grado di specializzazione consente. Tuttavia, per definizione, in quanto autonomi e imprenditori di se stesso, non sono soggetti ad una regolazione dei tempi di lavoro. Di conseguenza. la sola riduzione dell'orario di lavoro rischia di diventare elemento di dualismo tra lavoratori formalmente con diverso statuto giuridico, ma sostanzialmente all'interno del medesimo modello di produzione. La flessibilizzazione e la precarizzazione del lavoro passa proprio tramite la segmentazione e la scomposizione del mercato del lavoro.
Da questo punto di vista, la tematica del reddito di cittadinanza svolge un importante funzione strategica di elemento unificatore e di fattore di ricomposizione delle diverse forme di erogazione di lavoro, proprio perché tematica non interna alla logica dell'accumulazione (vedi Tesi n. 10). Più in particolare, il reddito di cittadinanza può diventare l'obiettivo politico ed economico che non solo consente la riduzione dell'orario di lavoro ma diventa strumento di omogeneizzazione delle seguenti tre categorie di lavoro: la categoria dei disoccupati, perché con il reddito di cittadinanza, oltre a garantire loro un potere d'acquisto immediato senza necessariamente ricorrere a redditività illegali, sanno che può essere praticabile una riduzione d'orario che offra loro uno sbocco professionale; la categoria dei lavoratori autonomi e precari, in parte espulsi dai processi produttivi fordisti, che tramite un salario di cittadinanza, possono attuare una riduzione della loro attività lavorativa senza che ciò comporti necessariamente una riduzione del proprio reddito, oltre ad offrire loro una maggiore capacità contrattuale non soggetta al ricatto della necessità di lavoro; quelli degli occupati dipendenti, che grazie al reddito di cittadinanza, possono ottenere una riduzione dell'orario di lavoro che comporti un miglioramento della qualità della propria vita.
Considerazioni analoghe a quelle svolte a proposito della riduzione dell'orario di lavoro, possono essere anche svolte per quanto riguarda l'attivazione di lavori concreti oppure lo sviluppo di pratiche di autorganizzazione o del terzo settore. In questo caso, infatti, la maggior libertà individuale derivante dalla disponibilità di reddito consentirebbe a più persone di poter svolgere attività non strettamente mercantile, senza essere sottoposte al vincolo selettivo imposto dalle gerarchie di mercato.
Come si vede, la tematica del reddito di cittadinanza rappresenta un grimaldello rilevante per scardinare alcuni luoghi comuni, presenti anche all'interno della sinistra, che hanno portato e tuttora portano ad una supina accettazione del pensiero unico oggi dominante. Non è poco.
Tesi n. 5 Il reddito di cittadinanza é una misura di contropotere al potere della moneta di discriminare tra proprietà dei mezzi di produzione e semplice erogazione di forza lavoro.
La trasformazione materiale delle merci ovvero la produzione manifatturiera come momento unico dell'origine del sovrappiù (a differenza della società feudale - basata sull'espropriazione agricola - e mercantile - basata sulla gerarchia degli scambi), presuppone la separazione tra capitale (mezzi di produzione) e lavoro (erogazione di lavoro) e quindi implica per sua natura uno scambio monetario di ricomposizione tra le due parti, differentemente definite (e pure su piani diversi); in altre parole, la produzione capitalistica é produzione di denaro a mezzo di merci (D-M-D') e necessita pertanto di un'anticipazione monetaria per poter avviare l'attività di trasformazione materiale delle merci (D-M) che sia in grado, successivamente nella fase di circolazione e realizzazione, di trasformarsi in un profitto monetario (M-D'). Alla funzioni di unità di conto, di scambio e di misura della ricchezza (equivalente generale), la moneta assume, per la prima volta nella storia umana, anche la funzione di moneta-credito. La disponibilità di moneta-credito, vale a dire di un finanziamento iniziale, è condizione propedeutica non per produrre sulla base di un comportamento routinario, ma per ampliare ed estendere il livello di produzione e di generazione di sovrappiù. In altre parole è moneta di nuova creazione che entra nel processo economico dinamicizzandolo e procedendo alla sua metamorfosi continua (unitamente al progresso tecnologico: da questo punto di vista, il "denaro" e le" macchine" sono i motori dello sviluppo capitalistico e della continua ridefinizione della gerarchia capitale - lavoro). La disponibilità di moneta-credito é dunque riservata a chi, detenendo privatamente i mezzi di produzione, può in modo autonomo e unilaterale (nel prezzo, nelle quantità e nelle tecniche) organizzare la produzione. La possibilità di disporre di moneta-credito segna, così, il discrimine economico (ma con tutte le implicazioni sociali che ne derivano) tra chi detiene i mezzi di produzione (gli imprenditori) e chi solo la propria forza-lavoro (i salariati).
Da un altro punto di vista - complementare - si potrebbe osservare che la moneta-credito é moneta-segno e virtuale perché il rapporto di debito e credito che comanda é scambio non solvibile (immateriale), non mediato da una merce e quindi non assimilabile allo scambio mercantile (da qui l'equivoco e la mistificazione dell'economia politica neoclassica); il rapporto di debito-credito ha come oggetto il tempo (il ponte tra presente e futuro, nelle parole di Keynes) ed una promessa di restituzione (da cui ha origine il tasso d'interesse, che, infatti, varia in funzione della rischiosità e della durata del prestito). Da qui deriva il ruolo discriminante della moneta-credito, il cui accesso é selezionato sulla base, capitalisticamente determinata, della funzione economica svolta, riducibile, direttamente o indirettamente, al fatto se si ha la proprietà dei mezzi di produzione (garanzia) oppure no.
Ne consegue che la sostanza del potere capitalistico della moneta sta nella suo essere fonte di discrimine tra capitale e lavoro, quindi nella sua funzione sociale di divisione in classi. Tale funzione tocca il suo apogeo nel compromesso fordista: la disponibilità di moneta-credito di nuova creazione definisce la proprietà dei mezzi di produzione, la disponibilità al lavoro garantisce la cittadinanza e il godimento dei diritti civili dei salariati. Per i salariati (dipendenti) e per i prestatori di lavoro (indipendenti), la disponibilità di moneta é comunque residuo, esito del processo lavorativo, é reddito (l'ultimo anello di trasformazione della moneta). Alla luce di queste considerazioni, diventa necessario slegare la disponibilità di moneta, cioè reddito, dalla disponibilità di lavoro. Separare reddito da lavoro significa, da questo punto di vista, disinnescare uno degli elementi portanti del potere della moneta: essere aprioristicamente disponibile solo per chi detiene la proprietà dei mezzi di produzioni, cioè per gli imprenditori. Ciò ovviamente non modifica le modalità del rapporto capitale-lavoro, in quanto non viene intaccata il potere degli imprenditore di gestire in modo unilaterale l'attività produttiva e la tecnologia, ma favorisce quel processo di liberazione degli individui dalla schiavitù del lavoro e dal ricatto del bisogno.
Il reddito di cittadinanza è, pertanto, strumento di contropotere monetario.

Tesi n. 6: Il reddito di cittadinanza é una misura di contropotere alle odierne forme di esclusione sociale, che mira all'autonomia soggettiva fondata sulla liberazione dalla coercizione al lavoro precario, coatto e predeterminato.
Negli anni '50 e '60, il lavoro rappresentava il passaporto principale per essere riconosciuti a tutti gli effetti cittadini e degni di godere dei diritti civili, era cioè la forma di inclusione sociale per eccellenza. Lo status sociale del fordismo era mediato dal tipo di lavoro svolto e dalla mansione attribuita. Se si accettavano le regole del potere disciplinare a livello economico, sociale e politico, allora veniva garantita la partecipazione al benessere economico, sulla cui base ne derivava il posizionamento sociale. Solo coloro che non si sottoponevano al regime disciplinare della famiglia, della scuola, della caserma e della fabbrica, rischiavano l'esclusione sociale. Il compromesso fordista tra capitale e lavoro, tramite il ruolo e lo sviluppo del "welfare state", garantiva così il soddisfacimento dei bisogni materiali primari in modo collettivo. Se l'inclusione sociale era un fenomeno collettivo, l'esclusione era invece una scelta individuale. La crisi dell'organizzazione fordista ed il venire meno del compromesso sociale che ne era sotteso porta allo svuotamento del "welfare state", al suo ridimensionamento e alla scomparsa dei meccanismi sociali (quindi collettivi e generali) di ammortizzamento delle disparità economiche. Il sopravvento dell'ideologia liberista implica la sovranità dell'individuo come unico agente in grado di provvedere alla propria inclusione e riconoscimento sociale, indipendentemente dalle condizioni date e di partenza. Se nel fordismo l'inclusione sociale era l'esito compromissorio di un conflitto collettivo economico di tipo redistributivo, nell'era dell'accumulazione flessibile essa è il frutto di una spietata competizione individuale. La differenza sostanziale è che oggi anche chi anela all'inclusione sociale, pur predisponendosi a sopportare ogni livello di subordinazione gerarchica, non sempre é in grado di raggiungere tale obiettivo. La stessa disponibilità al lavoro non garantisce più l'inclusione sociale: il fenomeno dei "working poor", ovvero di coloro, che pur lavorando, rimangono al di sotto della soglia di povertà, é un fenomeno dei nostri giorni che sarebbe stato inconcepibile e incompatibile con le forme della regolazione sociale dei tempi del fordismo. In questo contesto, il reddito di cittadinanza rappresenta una decisa inversione di rotta rispetto alle tendenze oggi dominanti. Si discuterà più oltre il grado di complementarietà e/o di sostituibilità con i servizi sociali del "welfare state" (cfr. tesi n. 8). Qui ci preme rammentare che il reddito di cittadinanza é strumento di inclusione sociale (e quindi di progresso civile) per due ragioni principali: da un lato garantisce nell'immediato le risorse materiale per consentire una vita dignitosa a tutti e quindi risolvere, pur limitatamente, l'aspetto della sopravvivenza primaria - non più oggetto di un intervento esterno -, dall'altro, risolvendo, per lo meno in parte, l'aspetto della sopravvivenza materiale (non della dipendenza culturale, economica, religiosa, ecc.), aumenta i gradi di autonomia dal ricatto del bisogno e quindi dalla necessità di sottostare a condizioni lavorative e/o di procacciamento di reddito al limite della schiavitù o illegali. Da questo punto di vista, il reddito di cittadinanza rappresenta un'arma potenziale (non effettiva) per lo sviluppo di conflittualità sociale e rivendicazioni economiche (vedi Tesi n. 10).
Tesi n. 7 Il reddito di cittadinanza non ha nulla a che vedere con il salario e con le caratteristiche del processo di accumulazione (da cui il salario dipende).
Questa tesi ripropone in parte alcune considerazioni già svolte nella presentazione della tesi n. 3. Tali osservazioni si basano sulle modalità con le quali avviene la distribuzione del reddito in un'economia capitalistica. Una breve premessa é al riguardo necessaria. Già si é avuto modo di ricordare che il processo economico capitalistico può essere efficacemente descritto da una sequenza di fasi economiche che definiscono un'economia monetaria di produzione: la separazione sul mercato del lavoro tra capitale, ovvero mezzi di produzione, e lavoro, ovvero forza-lavoro, necessita di uno scambio
propedeutico tra imprese e sistema bancario che anticipi la liquidità monetaria necessaria per acquistare forza-lavoro e avviare l'attività di produzione secondo le strategie di investimento unilateralmente decise dagli imprenditori. Il prezzo della forza-lavoro, cioè il salario, viene così determinato in termini nominali prima ancora che l'attività di produzione venga svolta e prima ancora che la stessa produzione venga valorizzata nella fase finale di circolazione e realizzazione del sovrappiù. Il profitto monetario è l'esito (residuale) del processo di valorizzazione della produzione, a cui viene sottratto una quota, destinata al pagamento degli interessi maturati dal sistema creditizio sull'anticipazione monetaria che ha dato avvio a tutto il processo. Ne consegue che il salario nominale viene fissato nella fase di apertura del processo economico mentre profitto e rendita si determinano nella fase di chiusura. La logica sequenziale, intrinsecamente dinamica, della produzione capitalistica non consente quindi una remunerazione simultanea dei fattori produttivi (come invece postulano le teorie neoliberiste) . In secondo luogo, occorre considerare che tale struttura sequenziale genera asimmetrie e gerarchie tra gli stessi fattori produttivi. Chi decide le modalità della produzione (quanto, come e il prezzo a cui produrre), ovvero gli imprenditori, determina anche il valore reale della distribuzione: in altre parole, il potere d'acquisto effettivo dei fattori produttivi che concorrono alla produzione. Tale esito è frutto dei rapporti conflittuali che si generano nel mercato creditizio e del lavoro, allorché si determina il prezzo della moneta-credito (interesse monetario) e il prezzo della forza-lavoro (salario monetario), con l'aggiunta che gli imprenditori, decidendo le tecniche di produzione, determinano anche i livelli di produttività e il valore della produzione. Il prezzo finale delle merci, infatti, non é altro che il risultato composito del livello di scambio sul mercato del lavoro e della moneta e del livello di produttività esistente, sulla base del grado di concorrenza esistente nel settore in cui si opera. Il compromesso fordista tra capitale industriale e lavoro si basava essenzialmente da un lato sulla determinazione di un salario monetario che tenesse conto anche dei guadagni di produttività in cambio di quella disciplina del lavoro che consentiva per l'appunto alla produttività di crescere a saggi costanti o crescenti e dall'altro da una garanzia di un livello di domanda aggregata, tramite il sostegno del settore pubblico, tale da garantire una ripartizione del surplus monetario tra profitti e interessi da soddisfare sia gli imprenditori che i banchieri . Con la crisi del fordismo, tale compromesso viene meno, non solo perché viene meno il ruolo del welfare state (che del patto fordista rappresentava il garante, attutendo gli eventuali "attriti") ma soprattutto perché i guadagni di produttività non vengono più ripartiti tra i fattori della produzione. Ciò dipende in buona parte dalle trasformazioni tecnologiche (resesi necessarie per recuperare la profittabilità del sistema produttivo e terziario alla fine degli anni '70) e dal peso crescente della cd. produzione immateriale: con la messa in opera dell'"intellettualità di massa" e il diffondersi delle tecnologie di linguaggio che ridefiniscono i rapporti tra progettazione, esecuzione e commercializzazione della produzione (potremmo dire tra lavoro manuale e lavoro intellettuale), la produttività del lavoro, sganciata dalla materialità della produzione, diventa sempre più difficile da misurare, diventa cioè "produttività sociale". In tale contesto, la separazione tra salario e produttività é un dato di fatto. Se non é possibile determinare il salario sulla base della crescita di una produttività misurabile in termini individuali, si fa sempre più pressante l'esigenza che la distribuzione dei guadagni della produttività sociale avvenga per l'appunto a livello sociale. Parlare di distribuzione sociale del reddito significa allora ridistribuire il prodotto sociale simultaneamente tra i fattori produttivi, nella fase logica di chiusura del processo economico, indipendentemente dal livello del salario monetario. Reddito socialmente distribuito, ovvero reddito di cittadinanza, é quindi logicamente incompatibile con la nozione di salario.
Proprio sulla base della rettifica o meno di questa differenza, sono oggi sul tappeto tre idee di distribuzione sociale del reddito.
In primo luogo, occorre considerare le idee di reddito di cittadinanza che si presentano funzionali alla flessibilità del neo-modello di accumulazione. Esse nascono dalla necessità di dare una sorta di indennizzo - limitato e temporaneo - perché la struttura economica non garantisce un lavoro a tutti. Tale esigenza - a partire dagli anni '50 - ha trovato due modalità di esplicazione fra loro molto diverse seppur omogenee nel comprendere le esigenze di accumulazione a seconda della fase economica di riferimento: fordista o post-fordista.
La prima fa riferimento all'introduzione di un salario minimo garantito tramite la proposta di un'"imposizione negativa sul reddito": essa è funzionale al contenimento dello sviluppo del Welfare State ma nello stesso tempo contempla il perseguimento di un consumo di massa compatibile con la produzione in serie all'interno del modello fordista di accumulazione. Il salario minimo (che possiamo assimilare ad una sorta di indennità di disoccupazione), essendo in questo caso complementare all'attività lavorativa e di consumo, non può essere universale né illimitato nel tempo, ma esclusivamente rivolto a chi non ha un reddito minimo da lavoro, ovvero ai disoccupati. E' sulla discordanza relativa a questo aspetto che la versione neo-keynesiana del reddito di cittadinanza degli anni Novanta si differenzia dai precedenti storici (si veda la proposta della Commissione Onofri sulla riforma dello Stato Sociale e, in parte fatta propria, dal governo Prodi). Sulla base del riconoscimento della fine del modello fordista e del fatto che la flessibilità e la precarizzazione dell'attività lavorativa non sempre consentono un reddito stabile e continuo per tutti, si propone un sostegno monetario, indipendentemente dalla condizione professionale vigente, come palliativo alla carenze strutturali del nuovo modello di accumulazione flessibile. In questo caso è più pertinente parlare di reddito minimo garantito piuttosto che di salario minimo garantito, perché le nuove e future condizioni del mercato del lavoro sanciscono maggiormente la differenza tra reddito da un lato e lavoro dall'altro. Tale reddito minimo verrebbe, non a caso, devoluto solo a chi è in età lavorativa e con un ammontare che varia in funzione dell'età stessa, con la clausola che il reddito di cui si disponga sia inferiore ad una determinata soglia ritenuta di povertà. In questo caso, la condizione professionale (in particolare se si è disoccupati o no) non è rilevante.
Con la nozione di reddito di cittadinanza, invece, si intende un intervento universale e illimitato nel tempo. Si tratta quindi di una nozione più allargata che interessata la società nel suo insieme e non solo coloro che si trovano in una situazione economicamente sfavorevole (vedi Tesi n. 1). A tale riguardo, si può parlare di "dividendo sociale",intendendo con questo che esso è il frutto di una produzione sociale, che a livello macroeconomico, non prevede trattamenti differenziati.
Tesi n. 8 Il reddito di cittadinanza non é sostitutivo allo stato sociale, ma ne é complementare.
Un'obiezione molto comune al reddito di cittadinanza (anche all'interno delle forze della sinistra radicale) consiste nel ritenere che esista sostituibilità perfetta o quasi tra lo stesso reddito di cittadinanza ed erogazione di servizi sociali, favorendo in tal modo un approccio di tipo individualista a scapito di istanze di solidarietà collettiva e, implicitamente, uno smantellamento del "welfare state" tramite la monetizzazione dei servizi sociali di base.
La risposta può essere articolata su due livelli: teorico e pratico.
A livello teorico, é necessario osservare che, nel paradigma fordista, i servizi sociali venivano e vengono erogati sulla base di una contribuzione corrispondente alla prestazione lavorativa lungo tutto l'arco della vita lavorativa. I servizi sociali sono quindi una componente del salario dei lavoratori, é salario differito o di vita, oggetto dello scambio tra mondo del lavoro e l'organizzazione sociale (stato). In altri termini, i servizi sociali non sono reddito, cioè potere d'acquisto di merci reali e/o potenzialità di risparmio, bensì parte integrante della remunerazione del lavoro. Al contrario, quando si parla di reddito di cittadinanza si intende far riferimento al potere d'acquisto e alla domanda di beni e servizi solvibili ad esso associabili. Come già ampiamente ricordato (cfr. Tesi n. 3 e Tesi n. 7), esiste una differenza "stellare" tra reddito di cittadinanza e salario di cittadinanza nelle sue diverse forme (minimo, garantito, temporaneo, ecc.). Il primo è indipendente da qualsiasi prestazione lavorativa e relativa contribuzione sociale e/o fiscale e quindi non é assimilabile al concetto di "lavoro"; il secondo, invece, dipende in modo subordinata dall'esistenza in qualche modo di una prestazione lavorativa nel corso della durata complessiva dell'arco di vita.
Sulla base di queste osservazioni, l'erogazione dei servizi sociali e il reddito di cittadinanza non possono essere sostituti tra loro, bensì complementari. I primi hanno a che fare con la remunerazione del lavoro, il secondo con il potere d'acquisto di beni e servizi solvibili (cioè mercificabili, dotati di un prezzo e contrattati sulla base della proprietà privata).
Occorre tuttavia essere realisti e ricordare che sicuramente nel momento stesso in cui si propone il reddito di cittadinanza si chiederà come contropartita la monetizzazione dei servizi sociali e quindi la loro solvibilità all'interno del mercato privato. Tuttavia, il processo di privatizzazione dei servizi sociali si sta realizzando indipendentemente da qualsiasi richiesta di reddito di cittadinanza. La possibilità di opporsi a tale dinamica dipende dal potenziale di resistenza e di conflittualità che le forze antagoniste sono in grado di mettere in campo e non dalla messa sul tappeto della problematica di una redistribuzione sociale del reddito (intendendo con ciò il reddito di cittadinanza). Le politiche sociali della commissione Onofri vanno proprio in questa direzione: privatizzazione dei servizi sociali e, come contropartita, introduzione di una sorta di salario minimo a scalare nel tempo, limitato per fasce di età e solo per coloro che non arrivano a disporre di un certo livello di reddito pur essendo parte integrante della forza-lavoro (una sorta di sussidio di disoccupazione più che un salario minimo). Se esiste una capacità di resistenza contro la proposta di riforma della commissione Onofri, allora esisterà anche per impedire che la proposta del reddito di cittadinanza sia sostitutiva all'erogazione dei servizi sociali primari (istruzione, salute, casa, giustizia, ecc.). Purtroppo, il problema sta molto più a monte del reddito di cittadinanza.
Infatti, la capacità di organizzare capacità conflittuale si scontra la tendenza oggi in atto del predominio della contrattazione individuale sulla contrattazione collettiva. Si tratta di un processo di individualizzazione dei rapporti sociali ed economici (americanizzazione della società) che può avvenire grazie a:
* flessibilizzazione dei rapporti di produzione;
* scomposizione e frammentazione del mondo del lavoro e delle tipologie del lavoro;
* perdita di rilevanza del lavoro salariato e, parimenti, intensificazione della subordinazione del lavoro al capitale anche nelle mansioni più propriamente definite intellettuali nel fordismo (taylorizzazione del "general intellect").
Si possono sviluppare diversi momenti di conflittualità, ma nessuno di questi é in grado di inceppare il meccanismo di accumulazione. E' necessario un processo di ricomposizione delle diverse soggettività del lavoro, oggi scomposte e frammentate e troppo spesso in lotta fra loro. Tale ricomposizione non può basarsi solo sulle singole condizioni di lavoro, perché troppo diverse e non riconducibili ad un modello di organizzazione produttiva unico con una figura (soggettività) lavorativa dominante. In secondo luogo, il ricatto del bisogno e la subalternità diretta del lavoro che non viene mediata da forme di rappresentatività intermedia (crisi del sindacato) soprattutto in un ambito di contrattazione individuale, non consente che generici e demagogici richiami alla solidarietà di classe (quale classe, o meglio quale segmento di classe?) possano essere ascoltati. Un processo di ricomposizione sociale in questa fase così magmatica può avvenire lungo coordinate esterne alle modalità del processo produttivo ma che comunque lo delimitano e ne sono conseguenti: il reddito ed il tempo. Permettere una maggior disponibilità di reddito in un ambito di contrattazione individuale porta ad un maggior potere contrattuale perché meno dipendenti dal ricatto del bisogno e quindi più possibilità di incidere almeno parzialmente sulle proprie condizioni di lavoro (in primo luogo, il tempo di lavoro).
La questione viene dunque rovesciata. Non é il reddito di cittadinanza a favorire il processo di "individualizzazione" dei rapporti sociali e di produzione, bensì l'opposto. La possibilità di disporre di un reddito maturato al di fuori dei rapporti di lavoro e quindi sganciato dal "ricatto del bisogno" potrebbe, almeno da un punto di vista teorico, favorire lo sviluppo di forme di resistenza di conflittualità antagonista in quanto possibile elemento di ricomposizione sociale delle diverse soggettività oggi sparpagliate e impossibilitate a tradurre in lotta e conflitto sociale le proprie frustrazioni e alienazioni lavorative (si veda la Tesi n. 10 per ulteriori approfondimenti).
Infine occorre ricordare, che il reddito di cittadinanza può assumere diverse forme. Infatti, può essere erogato in modo esclusivamente monetario, se ciò non implica l'eliminazione dei servizi sociali primari (casa, salute, istruzione, trasporto, energia, ecc.), oppure, in parte, sotto forma di servizi reali supplementari (escludendo quelli primari), che consentono l'ottenimento in modo gratuito degli stessi servizi primari. In tal propositi, sarebbe auspicabile la possibilità di scelta in modo da rendere il reddito di cittadinanza più consone a esigenze individuali fra loro diverse.
A livello pratico, l'obiezione fondamentale riguarda le forme di finanziamento di un processo di redistribuzione sociale del reddito che sia complementare e parallelo al mantenimento del principio del "welfare state". Su questo aspetto si rimanda alla Tesi n. 9.
Tesi n. 9: Il reddito di cittadinanza crea le basi per il suo stesso finanziamento
L'attuale organizzazione sociale post-fordista, ovvero di accumulazione flessibile, é incentrata da un lato su un paradigma tecno-lavorativo che privilegia l'individualizzazione dei rapporti di lavoro, lo sviluppo di produzione immateriale come componente sempre più essenziale di generazione del sovrappiù tramite forti guadagni di produttività sociale non ridistribuiti (o meglio trattenuti dai soli profitti e rendite), dall'altro su livelli di incertezza crescenti con orizzonti temporali di decisione molto brevi e mutevoli nonché di strumenti di valorizzazione che si muovono su scala mondiale, al di fuori degli stretti ambiti nazionali. In altre parole, sul piano dei rapporti di lavoro si assiste ad una frammentazione e scomposizione crescente che porta ad una precarizzazione dell'attvità lavorativa stessa e a ridefinire i rapporti tra lavoro salariato, lavoro a prestazione e lavoro coatto, mentre sul piano della produzione e del suo finanziamento si assiste a processi di concentrazione e di omogeneizzazione all'interno di macroaree sovranazionali strategiche, grazie ai nuovi strumenti finanziari e allo sviluppo del mercato internazionale dei capitali.
In un simile contesto, la possibilità di attivare politiche economiche nazionali, soprattutto dal lato fiscale (dal momento che dal lato monetario si é già verificata un'espropriazione dell'autonomia delle singole banche centrali, sempre più subordinate o ad accordi sovranazionali - come quello di Maastricht - o agli organismi internazionali che incidono sui mercati finanziari), risulta molto ridotta. Ciò non toglie che proprio l'esigenza di armonizzare realtà fiscali differenti in un contesto come quello disegnato dall'Unione Monetaria Europea possa risultare particolarmente utile per la specifica realtà italiana.
In primo luogo è necessario fare alcune analisi quantitative per aver ben in chiaro l'entità della massa monetaria necessaria per avviare una politica di reddito di cittadinanza.. A tal fine immaginiamo di trovarci di fronte a tre scenari, supponendo (punto tutto da discutere ancora e che richiederebbe un'analisi a parte) che l'entità del reddito di cittadinanza corrisponda a L. 1.000.000 al mese (per un totale di 12 milioni all'anno). Il primo è quello che fa riferimento all'analisi teorica di queste note, ovvero l'idea di un reddito di cittadinanza uguale per tutti, dato a tutti coloro che hanno più di 15 anni di età, e la cui introduzione è immediata e non graduale nel tempo.(vedi Tesi n. 1). In questa prospettiva, gli ultimi dati statistici, relativi alla fine del 1997, ci dicono che la popolazione italiana con un'età superiore ai 15 anni ammonta a circa 48 milioni di persone. Per garantire a tutti costoro un reddito garantito di un milione di lire al mese, lo stato dovrebbe avere a disposizione 576.000 miliardi di lire, vale a dire il 29,5% del Pil prodotto nello stesso anno oppure il 60,5% del totale delle entrate dell'Amministrazione pubblica. Il secondo scenario che ipotizziamo è un'idea di reddito di cittadinanza, che all'inizio, non contempla tutto coloro che già usufruiscono un reddito pensionistico superiore a due milioni mensili. Secondo i dati del Ministero del Tesoro, il numero delle pensioni al 31.12.1996 era di 9.962.072 (sono circa 9.839.000 coloro che hanno più di 65 anni di età) per una spesa totale di L.105.000 miliardi circa, per un'erogazione media di circa L. 1.054.000 al mese. Secondo i dati Inps, il 36,8% delle pensioni è superiore al milione di lire mensili, per un totale di circa 3,670 milioni di persone. Se escludiamo tale quota, il reddito di cittadinanza dovrebbe riguardare 45,1 milioni di individui per un ammontare di spesa pari a L. 541.000 miliardi. Infine, sempre come scenario ipotetico, possiamo immaginare un'introduzione graduale del reddito di cittadinanza inizialmente riservata per tutti coloro che hanno un reddito annuo inferiore ai 50 milioni di lire lordi, per poi estenderlo negli seguenti a tutti. Si tratta di una quota di popolazione intorno al 70% (dato ancora da verificare), il che ridurrebbe il numero dei beneficiari del reddito di cittadinanza a 34,1 milioni di persone, per una spesa complessiva di L. 409.000 miliardi.
Tre sono infatti gli aspetti che ci interessano analizzare ai fini della questione del finanziamento del reddito di cittadinanza.
1. La proposta di reddito di cittadinanza si inserisce in un processo di riforma fiscale dello stato, basato sui seguenti punti principali:
tassazione di tutti i redditi indipendentemente dai cespiti tramite un'unica imposizione fortemente progressiva sui redditi ma con aliquote minori di quelle attuali (da lavoro, da impresa, da capitale ==> salari, profitti (utili), rendite finanziarie private e pubbliche);
riduzione delle aliquote Irpeg al pari di quelle Irpef e introduzione di una patrimoniale delle imprese (tassa sul capitale): riforma della contribuzione sociale, procedendo all'eliminazione della fiscalizzazione degli oneri sociali in cambio di una riduzione dei versamenti ed equiparazione tra lavoro salariato e lavoro autonomo eterodiretto (con obbligo di partecipazione anche dei committenti) (25):
prevalenza dell'imposizione diretta su quella indiretta;
semplificazione del sistema fiscale e controlli incrociati per quanto riguarda i servizi al consumo onde minimizzare l'evasione fiscale.
introduzione di una sorta di "Tobin-tax" sulle transazioni finanziarie di tipo speculative intermediate dalle istituzioni finanziarie (banche e Sim), sia nazionali che internazionali (26);
mantenimento e/o introduzione di una patrimoniale sulle ricchezze mobiliari e immobiliari (con l'esclusione della prima casa).
Sul lato delle spese é necessario procedere ad una semplificazione del bilancio pubblico: mantenimento ed allargamento delle spese sociali, riduzione delle spese militari e di difesa e di ordine pubblico (l'unica voce in forte crescita negli ultimi anni), eliminazione dei sostegni ed agevolazioni economiche alle imprese. Occorre tenere presente che una seria politica di riduzione della disoccupazione (tramite riduzione d'orario) e una politica di sostegno della domanda (reddito di cittadinanza), pur rivelandosi strumenti di riformismo radicale, hanno un duplice effetto sul bilancio pubblico: riduzione degli oneri della disoccupazione (soprattutto indiretti, in termini di cassa integrazione, lista di mobilità, prepensionamenti, agevolazioni alle imprese - cfr. rottamazione - ecc.), oggi ammontanti a circa 24.000 miliardi all'anno in modo diretto e a circa 40.000 miliardi in modo indiretto (prepensionamenti calcolati sull'arco della durata media di vita, ecc.) e quindi riduzione dei costi del settore pubblico (gli unici costi che i padroni si guardano bene dal citare), da un lato, e incremento delle entrate fiscali, in seguito all'accresciuta domanda interna, dall'altro (un aumento di un punto percentuale di domanda, significa un aumento dell'1,3% del Pil - a parità di condizioni - e un incremento fiscale dello 0,6%, pari a circa 15.000 miliardi all'anno). Infine, occorre ricordare che la spesa assistenziale pubblica in Italia alla fine del 1996 ammontava a 30.857 miliardi di lire, costituita per il 61,8% da trasferimenti a nuclei meritevoli (invalidi, cechi, mutilati, ecc.), per il 20% da trasferimenti in denaro e natura per la generalità dei poveri.
2. E' necessario riprendere la questione della redistribuzione dei guadagni di produttività, indotti dalle trasformazioni tecnologiche e oggi ad esclusivo appannaggio del profitto e della rendita e non del lavoro. Al riguardo occorre considerare che i tassi di crescita della produttività sono oggi di gran lunga molto più elevati di quanto le statistiche non dicano. Infatti, le statistiche ufficiali misurano i guadagni di produttività in termini necessariamente materiali (numero di pezzi, ore lavorate, ecc.) senza tenere conto che a tale produttività occorre aggiungere un'altra produttività - di tipo immateriale - indotta dall'attività intellettuale applicata alla produzione. E' tale produttività altra che in molte produzione costituisce una quota rilevante del valore aggiunto, che spesso non viene presa in considerazione. Ed é tale valore aggiunto che deve costituire la base imponibile dal quale detrarre i fondi per il finanziamento del reddito di cittadinanza.. Se la quota dell'1% sulla produzione dei beni e servizi destinabili alla vendita venisse devoluta per finanziare il reddito di cittadinanza, verrebbe messa a disposizione una cifra. pari, a fine 1997, a circa 20.000 miliardi di lire.
Tesi n. 10: Il reddito di cittadinanza é strumento di ricomposizione sociale e di coscienza conflittuale in presenza di contrattazione individuale.
Se nel processo di produzione fordista, l'omogeneizzazione della forza-lavoro era una necessità per lo sfruttamento delle economie statiche di scala e un effetto dell'adozione di tecnologie ripetitive meccaniche, le forme della rappresentanza nascevano direttamente dall'analisi delle condizioni soggettive di lavoro. La soggettività operaia del fordismo - così come è stata analizzata dai Quaderni Rossi - era tutta contenuta all'interno del rapporto uomo-macchina, esemplificato dalla linea di montaggio. Tale rapporto determinava in subordine le condizioni di vita e di riproduzione della forza-lavoro. Nel paradigma dell'accumulazione flessibile, non è possibile individuare un'unica soggettività operaia, bensì una pluralità di soggettività, a cui corrispondono stilemi e modelli di comportamento non massificabili. Il processo di ricomposizione sociale non può quindi basarsi esclusivamente sulle condizioni di lavoro soggettive. Paradossalmente, nel paradigma dell'accumulazione flessibile, i livelli di subordinazione e di intensificazione dello sfruttamento (sia in termini di tempo di lavoro che in termini di remunerazione del lavoro) sono maggiori e più pervasivi di quelli che operavano nella logica fordista, ma nello stesso tempo più diversificati e indiretti (28). In un simile contesto un processo di ricomposizione di queste diverse soggettività può quindi verificarsi solo partendo da aspetti che non siano direttamente riconducibili alle diverse esperienze di lavoro. In alte parole, il comune denominatore che possa legare insieme realtà soggettive di lavoro fra loro divergenti e spesso in contrapposizione deve far riferimento a situazioni soggettive esterne all'ambito lavorativo e non riducibili ad un momento puramente corporativo.

Nel paradigma dell'accumulazione flessibile, due sono i gli aspetti che esulano dalle condizioni soggettive della propria attività lavorativa ma che ne dipendono in modo diretto: il reddito, da un lato e il controllo sul proprio tempo di lavoro, dall'altro. Questi due aspetti sono trasversali alle diverse tipologie di lavoro oggi esistenti (si tratti di lavoro autonomo o lavoro dipendente) in quanto figlie del processo di flessibilizzazione del meccanismo di accumulazione: lo sganciamento della remunerazione del lavoro dai guadagni di produttività e la rottura del nesso produzione-occupazione (con conseguente incremento dei livelli di disoccupazione). Questi due aspetti si traducono nella pratica politica quotidiana nella richiesta di una distribuzione sociale del reddito e di una riduzione dell'orario di lavoro. Si tratta di due aspetti fra loro complementari e imprescindibili l'uno dall'altro, nel senso che l'esistenza di una distribuzione sociale del reddito (reddito di cittadinanza) può consentire una riduzione dell'orario di lavoro a parità di remunerazione senza che i costi ad essa associati ricadendo sulla fiscalità generale siano imputabili ad unico soggetto economico (imprese, lavoratori, ecc.) (29). In particolare il reddito di cittadinanza appare come uno strumento trasversale di ricomposizione sociale del lavoro assai più generale di quanto non appaia la riduzione dell'orario di lavoro come forma di controllo del proprio tempo di vita. Infatti, se la riduzione dell'orario di lavoro è un aspetto tutto all'interno della categoria degli occupati, il reddito di cittadinanza riveste una funzione sociale, più allargata, riferita a tutta la popolazione. Al riguardo occorre notare che da ormai una decina d'anni è ben presente all'interno del mercato del lavoro flessibile la tendenza all'allungamento della giornata lavorativa, non solo all'interno del segmento degli occupati dipendenti (in seguito al massiccio ricorso degli straordinari), ma soprattutto all'interno di della categoria dei lavoratori autonomi eterodiretti (30). Tali lavoratori, per definizione, in quanto autonomi e imprenditori di se stessi, non sono soggetti ad una regolazione dei tempi di lavoro. Di conseguenza. la sola riduzione dell'orario di lavoro rischia di diventare elemento di dualismo tra lavoratori formalmente con diverso statuto giuridico, ma sostanzialmente all'interno del medesimo modello di produzione. La flessibilizzazione e la precarizzazione del lavoro passa proprio tramite la segmentazione e la scomposizione del mercato del lavoro. Da questo punto di vista, la tematica del reddito di cittadinanza può svolgere un importante funzione strategica di elemento unificatore e di fattore di ricomposizione delle diverse forme di erogazione di lavoro, proprio perchè tematica non interna alla logica dell'accumulazione. Più in particolare, il reddito di cittadinanza può diventare l'obiettivo politico ed economico che non solo consente la riduzione dell'orario di lavoro ma diventa strumento di omogeneizzazione delle seguenti tre categorie di lavoro: la categoria dei disoccupati, perché con il reddito di cittadinanza, oltre a garantire loro un potere d'acquisto immediato senza necessariamente ricorrere a redditività illegali, sanno che può essere praticabile una riduzione d'orario che offra loro uno sbocco professionale; la categoria dei lavoratori autonomi e precari, in parte espulsi dai processi produttivi fordisti, che tramite un reddito di cittadinanza, possono attuare una riduzione della loro attività lavorativa senza che ciò comporti necessariamente una riduzione del proprio reddito, oltre ad offrire loro una maggiore capacità contrattuale non soggetta al ricatto della necessità di lavoro; quella degli occupati dipendenti, che possono ottenere una riduzione dell'orario di lavoro che comporti un miglioramento della qualità della propria vita. Come si vede, la tematica del reddito di cittadinanza rappresenta un potente fattore di ricomposizione sociale assimilabile al fattore dell'identità territoriale per alcune tipologie di lavoro del Nord-Italia.

Il diffondersi del linguaggio come strumento di produzione e la diffusione di elementi immateriali nel processo lavorativo ridefinisce totalmente i tradizionali rapporti tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, svuotando questi concetti di molta parte del loro significato storico, indipendentemente dalla forma di erogazione della prestazione lavorativa (autonoma o dipendente). La meccanizzazione dell'attività intellettuale, che si manifesta tramite una sua crescente precarizzazione da un lato e nuove forme di elitismo corporativo (vedi istruzione universitaria) dall'altro, pone come imprescindibile (altra condizione preliminare per discutere di trasformazioni sociali) la questione culturale come problema sociale. Il decrescente livello culturale medio è infatti un utile strumento per la costituzione di una sorta di dittatura dell'informazione e dello stereotipo. Senza entrare nel merito dell'argomento, che richiederebbe ben altro spazio, è sufficiente notare che le condizioni di flessibilità e precariato lavorativo imposte nella maggior parte dei casi impedisce qualsiasi processo di presa di coscienza e di analisi delle proprie condizioni soggettive individuali. Lo sviluppo della contrattazione individuale al posto della contrattazione collettiva non consente all'interno di una produzione diffusa sul territorio e non in unico luogo la percezione della propria condizione soggettiva. Il reddito di cittadinanza può svolgere anche su questo versamento un ruolo decisivo di collettore di coscienze.


Da un punto di vista teorico, dunque, è possibile pensare a strumenti di ricomposizione sociale che si esplichino anche sul piano dei diversi conflitti individuali o settoriali. Tuttavia ciò non scioglie la contraddizione delle modalità politiche attraverso cui il conflitto (se di ciò si tratta) si possa esplicare sul piano pratico ed effettivo. Ad esempio, nel contesto del paradigma dell'accumulazione flessibile, forme di conflitto uniformi ed omogenee come quelle rappresentate dallo sciopero, vedono diminuire la propria incisività, se non sono strettamente riferite ad unica tipologia di lavoro, sia a livello settoriale che di mansione. Appena lo sciopero diventa uno strumento di conflitto più generale, tende a perdere di efficacia, tanto più il contesto economico è frammentato e scomposto (31). Ammesso (ma non concesso) che fattori di ricomposizione trasversale delle soggettività e delle mentalità dei diversi segmenti del lavoro (soprattutto autonomo) possano avere luogo sulla base delle parole d'ordine del reddito e del controllo del tempo, rimane del tutto irrisolto il problema della definizione sia del soggetto politico che fa pone le richieste che del soggetto politico che dovrebbe accoglierle. Nella logica della rappresentanza fordista, si tratterebbe da un lato di individuare una forma di sindacato e/o di associazione e dall'altro di ripristinare il ruolo dello stato come luogo di attuazione autonoma delle politiche fiscali necessarie per l'introduzione dell'eventuale reddito di cittadinanza (32). Tuttavia, riproporre forme di rappresentanza superate dalla dinamica strutturale dei processi produttivi sarebbe, oltre che contraddittorio, foriero di illusioni e di confusione. Di deve però riconoscere che al momento non si intravedono nuovi modelli di rappresentanza in grado di cogliere i molteplici aspetti del mondo del lavoro e di farsi portavoce delle diverse istanze oggi presenti. Un aiuto in tal senso potrebbe essere fornito non dalla creazione di nuove forme di rappresentanza, bensì dalla costituzione di luoghi fisici e liberati di incontro delle diversificate esperienze lavorative. Dai Centri Sociali Autogestiti alle associazioni negli ultimi anni si è assistito ad un fiorire di iniziative e di di strutture aggreganti fondate sul volontariato o su forme di mutuo soccorso (33). E' questa la sfida che rimane ancora aperta, nella quale sono riposte le sempre più incessanti domanda di cambiamento e alla quale non siamo finora in grado di offrire una risposta soddisfacente.